Una tassa sull’innovazione allarma l’industria farmaceutica

Il “pay back” frena l’ingresso di nuovi farmaci negli ospedali, spaventa gli investitori e può gonfiare la spesa 
Una tassa sull’innovazione allarma l’industria farmaceutica

In quello che fu un incontro senza precedenti nella storia dei tanti governi italiani degli ultimi decenni, il 6 ottobre del 2014 il preseidente del Consiglio, Matteo Renzi, riunì a Palazzo Chigi i ceo mondiali di molte delle principali aziende multinazionali del farmaco, dalle americane Bms, Eli Lilly, Johnson&Johnson alle europee Bayer, Merck Serono, Novartis e Roche. Un segno di attenzione del presidente del Consiglio verso l’industria farmaceutica – ossia per il settore dove si spende di più in ricerca e sviluppo in rapporto al fatturato a livello mondiale e il primo comparto in Italia per investimenti esteri. Ma anche, in direzione opposta, una testimonianza dell’appeal dell’Italia e, di riflesso, del suo nuovo premier.

 

Peccato che, da allora in avanti, le notizie che sono arrivate dall’Italia ai quartieri generali di Big Pharma siano state più negative che positive.

 

Se i recenti tagli per 2,35 miliardi di euro, approvati dalla Conferenza stato-regioni, non hanno fatto stappare bottiglie di champagne a New York e neppure a Basilea (se non altro perché, ad anno ampiamente iniziato, automaticamente comprimono la spesa farmaceutica), la vera bomba che potrebbe scoppiare da un momento all’altro si chiama “pay back” sulla spesa farmaceutica ospedaliera, alla quale I-Com, l’Istituto per la competitività, ha appena dedicato uno studio presentato ieri alla Camera.

 

Il sistema, mutuato dalla spesa farmaceutica territoriale – che passa attraverso le farmacie e che ha risentito di sforamenti modesti o nulli – prevede che le aziende contribuiscano al 50 per cento dello sfondamento del tetto alla spesa farmaceutica ospedaliera. Il tetto di spesa (fissato dalla stessa legge al 3,5 per cento del finanziamento pubblico del Sistema sanitario nazionale, mentre quello della territoriale è l’11,35 per cento) viene suddiviso per ciascuna azienda, alla quale viene assegnato un determinato budget. In questo modo, si ripartisce a livello aziendale lo sforamento realizzato su base nazionale.
Il ripiano è stato introdotto con una legge del 2012 (la n. 135) ma i suoi effetti sono stati avvertiti dalle imprese solo dalla seconda metà del 2014, quando l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha comunicato l’ammontare dello sforamento sul budget assegnato a ciascuna per il 2013.

 

Da allora sono partiti una serie di ricorsi amministrativi contro la stessa Agenzia, che le aziende stanno vincendo. Non si sta parlando di pochi soldi. Nel 2013 lo sfondamento del tetto di spesa farmaceutica ospedaliera è stato di 737 milioni di euro (di cui, come detto, il 50 per cento a carico delle aziende). Nel frattempo lo sforamento sta salendo. Nel 2014 è ammontato a 1.050 milioni di euro e potrebbe arrivare a 1.360 milioni nel 2015 (dunque quasi un raddoppio nel giro di soli due anni). Facile quindi prevedere che negli anni successivi la situazione possa solo peggiorare ulteriormente, visto l’arrivo di molti farmaci innovativi. Già oggi (stime sul 2014), il pay back sulla spesa farmaceutica ospedaliera vale da solo il 117 per cento della somma di Ires e Irap pagata dalle aziende. E’ come se si stesse parlando di un combinato disposto di un’addizionale Ires del 32 per cento e di un’addizionale Irap del 4,6. Un mostro senza precedenti a livello di settore e di paese. Per molto meno (la demagogica Robin Tax di tremontiana memoria, che imponeva alle aziende energetiche un’addizionale Ires del 6,5 per cento), si è discusso per anni fino alla sentenza di febbraio della Corte Costituzionale che ha dato ragione alle aziende (sia pure in maniera un po’ pilatesca).

 

Tra l’altro, l’aspetto paradossale della vicenda è che ad essere penalizzati dal meccanismo, in misura più che doppia rispetto ai farmaci esistenti, sono le nuove molecole, quelle più costo-efficaci, che devono restituire nei primi due anni di vendita il 50 per cento del fatturato allo stato. Dunque, l’Italia è riuscita nel capolavoro di introdurre una doppia imposta sull’innovazione. Che da un lato tassa le aziende che investono di più in ricerca e innovazione (anche in Italia) e, nel loro portafoglio di prodotti, sceglie di colpire maggiormente i nuovi farmaci.

 

[**Video_box_2**]Con il risultato da un lato di scoraggiare la ricerca in Italia (già oggi più bassa che nel resto d’Europa, a differenza della produzione), dall’altro di mettere seriamente a rischio il lancio di nuove molecole. Privando i pazienti italiani di farmaci salvavita o comunque di forte valore terapeutico disponibili negli altri paesi. E con una buona probabilità di non realizzare neppure gli interessi di finanza pubblica del paese, tra perdita di gettito da imposte derivante dalle aziende che operano in Italia (l’industria farmaceutica versa all’erario circa 4,4 miliardi di euro l’anno) e maggiori costi di ospedalizzazione correlati a un minore impiego di terapie innovative (che guariscono più velocemente i pazienti).

 

Di questa situazione non è responsabile l’attuale presidente del Consiglio – al tempo c’era Mario Monti – ma a lui tocca risolverla se vuole fare dell’Italia il principale hub europeo dell’industria farmaceutica, come ha promesso il 6 ottobre scorso ai ceo delle multinazionali del farmaco. E non passare, come nel peggiore dei stereotipi nazionali, nella parte del solito italiano che non sa mantenere gli impegni presi.

 

Stefano da Empoli è presidente di I-Com

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