La rivoluzione incompiuta dell’Antitrust e la sua presunzione fatale

Recensione ragionata del libro di Marco Cecchini e Alberto Pera – “La rivoluzione incompiuta, 25 anni di Antitrust in Italia” – contro i princìpi ordoliberali
La rivoluzione incompiuta dell’Antitrust e la sua presunzione fatale

"La rivoluzione incompiuta”, il libro di Marco Cecchini e Alberto Pera in uscita per Fazi editore su “25 anni di Antitrust in Italia”, è interessante. Mi piace già per il suo titolo, e anche perché è, nei limiti del possibile e dell’umano, obiettivo. La creazione dell’Antitrust in Italia nel 1990, per altro, non nasce dal pensiero degli ordoliberali italiani, che non mi pare allora ci fossero. Ma dagli indipendenti di sinistra del Pci – Guido Rossi, da non confondersi con Ernesto, e Luigi Spaventa da non confondersi con Silvio –, da intellettuali del Psi con loro simpatizzanti (come Giuliano Amato e Luciano Cafagna) che miravano a una nuova sinistra liberaleggiante a guida ex comunista, e da ex azionisti (come Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia).

 

Nella prima commissione Antitrust presieduta dal mio ex allievo Franco Romani, autentico liberale, oltre a Luciano Cafagna, vi era Fabio Gobbo, fedele allievo di Prodi, la cui concezione del tutto rispettabile non è quella dell’economia sociale di mercato nel senso di Ordo. Qui il termine “sociale” è – come scrisse Einaudi – un riempitivo. Per la corrente di pensiero a cui appartiene Prodi gli obiettivi sociali comportano modifiche non conformi al mercato. Nel primo Antitrust entrava anche Giacinto Militello, architetto militante comunista ed ex sindacalista. Insomma, un tipico revival del compromesso storico.

 

Detto ciò, la tesi di Cecchini e Pera secondo cui la concezione della nuova Autorità si basa sulla teoria della concorrenza di Ordo – cioè l’ordoliberalismo della scuola di Friburgo, detto anche “ di economia sociale di mercato” – è errata. Per Ordo, le regole occorrono per far sì che il mercato non degeneri nel monopolio, ma esse sono solo “regole del gioco”, non è ammessa la discrezionalità tipica delle autorità indipendenti nate dalla dottrina del New Deal di Roosevelt. Il “liberalismo delle regole” di Ordo non si contrappone a Friedrich von Hayek e a James Buchanan. Da Eucken in poi, gli ordoliberali sono contro i monopoli e in particolare contro i cartelli. Essi sono, in primo luogo, contro i cartelli trasversali fra banche e industria, giornali e potere politico. Nel primo numero postbellico della rivista Ordo, il primo saggio fu di Hayek; l’autore faceva suo il principio della “razionalità limitata” che implica di considerare con diffidenza gli organi tecnocratici. Come io ebbi a prevedere nel 1990, criticando la legge Antitrust per la sua dolcezza nei riguardi dell’incrocio fra banche, grandi industrie ed editoria, il nostro Antitrust non ha disturbato questo intrico, che ora perde colpi per senescenza. Buchanan, con cui condivido l’indirizzo della scuola di Public choice, sosteneva che dalle regole del gioco dipendono i comportamenti e i risultati di questo.

 

Sia i pensatori della Public choice sia Einaudi (da cui deriva la battaglia di Ernesto Rossi contro i monopoli) non hanno mai divinizzato le authority. Esse per la loro natura sono suscettibili di cattura e sono munite di porte girevoli. Queste consistono nel passaggio dalla presidenza della Corte costituzionale o dalla presidenza del Consiglio alla presidenza dell’Antitrust, come premio, come è accaduto per i primi due presidenti Saia e Amato. Il terzo presidente, Tesauro, è passato dall’Antitrust alla Corte costituzionale di cui è diventato presidente. Il quarto, Catricalà, invece, dalla segreteria della presidenza del Consiglio con Berlusconi è passato all’Antitrust. Poi è diventato il factotum legislativo del governo Monti, indi il consigliere giuridico del presidente della Repubblica Napolitano.

 

Comunque, un merito, più degli altri, Catricalà lo ha avuto: perché si è occupato della tutela dei consumatori dagli abusi di posizione dominante. La tesi per cui l’Antitrust deve focalizzarsi sulla concorrenza fra imprese è errata. La concorrenza fra imprese è un mezzo, non il fine. Quest’ultimo risiede nella tutela del cittadino, come consumatore, come risparmiatore (vedi banche e fisco) e investitore (ancora banche e fisco), e come lavoratore (vedi libertà nei rapporti di lavoro con e senza Iva). Il che, però, non implica nemmeno degradare l’Antitrust ad agenzia per la tutela di slow food.

 

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