Così Alexis Troikas è costretto a svelare il grande inganno dell’internazionale degli impostori

Inutile girarci attorno, il premier greco ha solo due scelte: dare seguito a quanto gli ha chiesto il suo popolo o accettare l’austerity. E se vuoi fare la rivoluzione non c’è scelta peggiore che rimanere dentro il club contro cui vuoi fare la rivoluzione.
Così Alexis Troikas è costretto a svelare il grande inganno dell’internazionale degli impostori

Il premier greco Alexis Tsipras (foto LaPresse)

Comunque finiranno i negoziati tra l’Europa cattiva, orrenda, spregiudicata e demoniaca dei terroristi della finanza e gli eroi della dolce e democratica e gentile e romantica resistenza alla greca, c’è un dato di realtà che non può essere ignorato e che in questi giorni in molti hanno fatto finta di dimenticare. E quel dato si lega a quello che oggi costituisce l’unico scenario possibile che permetterebbe al premier greco, Alexis Tsipras, di essere coerente con se stesso, con il suo popolo, con le proprie idee, con il proprio spirito ribelle e con il grande investimento emotivo dei populisti di tutta Europa. L’unico scenario che consentirebbe a Tsipras di non interrompere l’emozione di una rivoluzione planetaria è uno e soltanto uno. E non è il patto con l’Europa cattiva, orrenda, spregiudicata e demoniaca dei terroristi della finanza ma è il calcio nel sedere all’Europa dei terroristi, che essendo tale non può che proporre al dolce e gentile e romantico eroe greco un patto demoniaco all’insegna dell’austerity. 

 

La soluzione che coerentemente da giorni suggeriscono tutti i commentatori con la testa sulle spalle, che hanno osservato la farsa greca senza affettati sugli occhi, è quella ed è inutile girarci attorno: se vuoi fare la rivoluzione non c’è scelta peggiore che rimanere dentro il club contro cui vuoi fare la rivoluzione. Da punti di vista diversi e da prospettive diverse lo hanno detto in questi giorni commentatori tosti e intelligenti come Paul Krugman (liberal) e Simon Nixon (conservatore) che pur partendo da premesse differenti hanno convenuto entrambi sul fatto che qualsiasi soluzione diversa dall’uscita dalla zona euro equivale, da parte di Tsipras, a un tradimento dello spirito referendario, visto e considerato che non ci voleva un genio a capire che l’Europa oggi politicamente non poteva permettersi accordi troppo diversi da quelli proposti a fine giugno. E alla fine della scorsa settimana, conclusasi non a caso con uno spostamento degli equilibri del governo greco più verso il centro che verso la sinistra del suo Parlamento, anche nel gabinetto di Tsipras qualcuno se ne è accorto (“Non possiamo accettare un piano di salvataggio con misure di austerità ancora più dure”, ha ammesso masticando giustamente amaro il ministro dell’Energia greco, anche lui di Syriza). 

 

Alexis Tsipras, dunque, se non uscirà dal gruppo dovrà accettare di essere definito con l’espressione inevitabile di Alexis Troikas, e la trattativa che abbiamo osservato in queste ore ha mostrato, se mai ce ne fosse ulteriore bisogno, che l’Europa a vocazione Syriza è un’Europa che alla prima sfida non può che ritrovarsi in quella cornice perfettamente descritta la scorsa settimana nella copertina del settimanale francese Le Point: in una “gigantesca impostura”. “A furia di parlare del fatto che i greci hanno inventato il concetto stesso di democrazia nell’antichità ci si è dimenticati – scrive Le Point – che contestualmente sempre in Grecia fu inventato anche il concetto di demagogia”. La gigantesca impostura, da questo punto di vista, è quella con cui prima o poi si ritroveranno a fare i conti i poveri elettori e cittadini greci, che non solo cominciano a rendersi conto di come sia peggiorato l’assetto economico del paese da quando è arrivato il capo della simpatica internazionale degli impostori ma che presto capiranno quali sono le conseguenze drammatiche per un paese che accetta di scambiare il concetto di democrazia rappresentativa con il concetto di democrazia diretta. Chi accetta di delegare il potere ai popoli, alle masse, preoccupandosi più di seguire i follower che di guidarli, deve essere necessariamente intransigente, coerente, ed eseguire in toto la volontà popolare. La volontà popolare del referendum di domenica scorsa era evidente ed era legata a un messaggio chiaro seppure ipocrita: non vogliamo uscire dall’euro ma non vogliamo e non possiamo accettare le condizioni severe che ci impone l’Europa per finanziare il nostro paese. Per Tsipras, secondo queste premesse, “la migliore speranza per la Grecia dovrebbe essere l’uscita dall’euro”, come ha scritto Krugman, capopopolo della Brigata Kalimera. Qualsiasi soluzione diversa, continua Krugman, sarà invece una soluzione che costringerà Tsipras ad accettare quella logica dell’austerity che lo stesso Tsipras ha rifiutato. Le cose stanno proprio così, e oggi è ancora più evidente. E stanno così perché – e in questo non la pensiamo come Krugman – un paese che non ha soldi e che basa la sua economica sull’evasione fiscale e la corruzione non ha altra scelta per finanziare il suo debito se non quella di essere rigoroso, riformista e molto attento sui conti (e dunque necessariamente impopolare). 

 

[**Video_box_2**]Tsipras ha lasciato intendere che fosse possibile un altro mondo pieno di palloncini colorati e di poster della Merkel sfregiati e anche per questo sarà molto difficile convincere i suoi sostenitori che quell’altro mondo possibile, e rivoluzionario, coincide con un accordo che piace ai mercati brutti e cattivi e che nelle prossime ore potrebbe essere sottoscritto e votato anche dal  terribile e inflessibile Parlamento tedesco. “Nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia”, diceva Bobbio. Per l’Europa dell’internazionale dei rivoluzionari alle vongole guidata da Tsipras oggi le cose stanno più o meno così. E a voler essere sinceri stanno così più per il povero popolo greco che per il resto del popolo europeo.

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