Non è un paese per start-up

La disoccupazione, l’imprenditoria e lo stato che si fa pure locatore. L’occupazione non si crea per decreto. L’imprenditoria, grande o diffusa come nelle start-up che sia, è l’unica leva per invertire la tendenza. Ma anche i soli ostacoli normativi sono troppi.
Non è un paese per start-up

foto LaPresse

La disoccupazione italiana ha cominciato a diminuire dal picco del 13 per cento raggiunto nel novembre 2014”. E qui finiscono le buone notizie contenute nell’Employment Outlook pubblicato ieri dall’Ocse. Subito dopo, infatti, si legge che “il tasso raggiunto nel maggio 2015 (12,4 per cento) è tuttavia 1,3 punti percentuali superiore a quello medio dell’Eurozona”. E’ l’ennesima dimostrazione – nonostante gli elogi per il Jobs Act di Renzi che “rappresenta un importante passo avanti nella riduzione delle diseguaglianze di lungo termine e l’eliminazione della segmentazione” del mercato del lavoro – che l’occupazione non si crea per decreto. L’imprenditoria, grande o diffusa come nelle start-up che sia, è l’unica leva per invertire la tendenza. Ma anche i soli ostacoli normativi sono troppi. Esempio: è possibile che, nel 2015, le regole sull’affitto di immobili non abitativi (locali commerciali, uffici ecc.) non siano lasciate alla libera determinazione delle parti, ma subiscano ancora i vincoli di una legge varata negli anni 70 e ormai fuori dal tempo? Sì, in Italia è possibile. In Italia, per esempio, due soggetti che vogliano stipulare un contratto di locazione per un negozio sono costretti a stabilire in almeno 12 anni la durata del rapporto. Anni che diventano 18 se il contratto riguarda, invece che un negozio, altre attività. Lo impone la legge sull’equo canone del 1978. In sé, la lunga durata non sarebbe un problema. Sennonché, la stessa legge obbliga a fissare il canone per l’intero periodo contrattuale, salvo l’aggiornamento Istat.

 

Qual è la conseguenza? Domanda e offerta, semplicemente, non si incontrano. Specie in un periodo di crisi come questo, il proprietario verrebbe di buon grado incontro alle esigenze del potenziale inquilino (magari un giovane che intenda aprire una nuova attività), e fisserebbe volentieri un canone al di sotto di quello di mercato. Ma lo farebbe, naturalmente, a patto che il “trattamento di favore” fosse limitato a un breve periodo. La legge del ’78, invece, lo obbliga a non modificare quella cifra per ben 12 anni. Il governo sembra consapevole di questa situazione. Nella relazione al decreto Sblocca Italia, si legge: “La disciplina in vigore continua a presentare rilevanti elementi di rigidità che non hanno pari nei principali paesi europei. L’evoluzione del sistema economico ha inoltre portato a constatare come le originarie esigenze di tutela, che vedevano aprioristicamente nel conduttore il ‘contraente debole’, risultino largamente superate”. Risultato: la legge del ’78 è stata resa derogabile dalle parti, ma solo in caso di canoni superiori a 250 mila euro annui. Ma se, come scrive il governo, la teoria dell’inquilino “contraente debole” è superata dalla storia, perché non aprire il mercato per tutti? La Legge annuale per il mercato e la concorrenza, in questi giorni alla Camera, è l’occasione per farlo. Molte saracinesche abbassate si rialzeranno.

 

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