Non basta un "ochi". C’è sempre l’austerity dopo il default

La presidente argentina Cristina Kirchner potrebbe offrire ad Alexis Tsipras qualche anticipazione su come il leader di un paese che abbia fatto default debba continuare per anni a fare i conti con l’odiatissima austerity. Perfino in prima persona.
Non basta un "ochi". C’è sempre l’austerity dopo il default

Uno striscione dei manifestanti a favore del "no" al referendum greco, ad Atene (foto LaPresse)

Roma. La presidente argentina Cristina Kirchner potrebbe offrire ad Alexis Tsipras qualche anticipazione su come il leader di un paese che abbia fatto default debba continuare per anni a fare i conti con l’odiatissima austerity. Perfino in prima persona. La Kirchner, per esempio, ogni volta che decide di varcare i confini argentini, deve pensarci bene prima di salire sull’aereo di stato “Tango 01”. Negli scorsi anni ci sono stati tribunali, americani e non solo, che attraverso ingiunzioni internazionali sono stati a un passo dal pignorare l’aereo di stato, nel tentativo dei tanti creditori di rifarsi almeno un po’ per il crac del paese nel 2001. Così Kirchner, per arrivare in Vaticano due anni fa a salutare l’insediamento del connazionale Papa Francesco, fu costretta a prendere un normalissimo volo di linea. Per un capo di governo, è austerity bella e buona. Prima di un fallimento conclamato dello stato greco, ben inteso, bisognerà attendere l’esito dei negoziati ripresi ieri a Bruxelles, dopo l’interruzione avvenuta a causa del referendum di domenica scorsa sulle proposte dei creditori, bocciate con un “oxi” (o “ochi”) dai greci. L’Eurogruppo si attende già oggi una lettera del governo di Atene per aprire un processo negoziale che porti a un prestito dello European stability mechanism (Esm), con annesse condizionalità come avvenuto a Cipro e in Spagna. Ieri l’esecutivo guidato da Tsipras non avrebbe presentato nuove proposte. La cancelliera tedesca Merkel ha ribadito che “senza le riforme, non è possibile intraprendere le iniziative necessarie per risolvere” lo stallo.

 

Piccolo dettaglio, nell’attesa che Kirchner sussurri all’orecchio di Tsipras: il cittadino greco qualunque, già in queste ore, si è accorto che non basta uscire formalmente da un programma di aiuti della Troika per non dover fare i conti con la fisiologica limitatezza dei soldi pubblici. Tyler Cowen, economista della George Mason University e columnist del New York Times, già domenica sera, di fronte alle proiezioni sulla vittoria del “no” nel referendum greco, commentava sul suo blog: “I greci votano ‘sì’ all’austerity per l’oggi. E intendo proprio oggi. Con la scomparsa dell’avanzo primario – cioè della differenza positiva tra entrate e uscite dello stato – questo voto si tradurrà in tagli più drastici della spesa pubblica. Nella confisca dei depositi bancari e nella scomparsa del cash negli istituti di credito. Si tradurrà in controllo dei capitali. E in difficoltà nei pagamenti internazionali e domestici. Con annessi problemi nel pagamento di benzina, sementi, fertilizzante e medicine. Austerity now, appunto”, concludeva Cowen.

 

[**Video_box_2**]Esattamente quanto sta accadendo in queste ore: lo stato greco sta finendo gli euro disponibili e necessari per pagare i suoi dipendenti e i trasferimenti alla popolazione; allo stesso tempo le banche sono a corto di liquidità e, in mancanza di novità politiche che consentano alla Banca centrale europea di intervenire a loro sostegno, potrebbero svuotarsi del tutto nelle prossime ore. A quel punto solo lo stato greco potrebbe salvarle, stampando nuova moneta (non euro). Pure ammesso, e non concesso, che Atene si liberasse del debito pubblico senza colpo ferire, si riproporrebbe poi il problema di come finanziare la macchina pubblica (senza trasformare la Banca centrale in una stamperia illimitata di dracme). Così Jeremy Bulow (università di Stanford) e Kenneth Rogoff (Harvard) ieri si sono chiesti sul Wall Street Journal: “‘Rigettare le richieste di maggiore austerità da parte dei creditori’ suona bene. Ma chi esattamente pagherà per la minore austerità?”. Tra pagamento degli interessi, del capitale e altro, i greci hanno rifiutato un trasferimento di risorse dai partner europei che per il 2015 valeva il 5 per cento del pil (senza contare gli aiuti alle banche). E se è difficile che i mercati internazionali possano in poco tempo tornare a credere a un paese che ha appena tradito gli obblighi verso decine di stati e un paio di organizzazioni internazionali, allora a Tsipras non rimarrebbe che applicare un punto finora poco valorizzato – diciamo – del suo programma elettorale: il pareggio di bilancio. L’austerity, appunto.

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