Il dilemma di Merkel

Vista da Berlino, la Grexit è (quasi) necessaria. Merkel per ora lascia la “porta aperta”. Durerà?
Il dilemma di Merkel

Angela Merkel (foto LaPresse)

Roma. All’indomani del referendum ellenico, l’Europa guarda a Berlino per intuire i prossimi passi della cancelliera tedesca. Al momento, il pendolo oscilla verso il Grexit, l’uscita di Atene dalla moneta unica e dall’Unione europea. I sostenitori più intransigenti della linea del rigore all’interno della maggioranza rosso-nera tra cristianodemocratici, cristianosociali e socialdemocratici sostengono infatti che a oggi non vi sarebbero più le basi per intavolare una nuova trattativa con il premier greco, Alexis Tsipras. Così si sono espressi il Vicecancelliere e Ministro dell’Economia, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, il quale ha definito il “no” di ieri “la rottura di uno degli ultimi ponti che conducono a una trattativa”. Lapidario anche il presidente della Commissione Finanze del Bundestag, il cristianosociale Hans Michelbach, secondo il quale, dopo il voto di ieri, non c’è nulla che possa escludere l’uscita della Grecia dall’Eurozona.

 

Simili le esternazioni provenienti dal mondo imprenditoriale e bancario tedesco. Più possibilista, invece, s’è mostrato il portavoce della Cancelliera, Steffen Seibert, che, in una conferenza stampa tenutasi ieri mattina a Berlino, pur sottolineando come allo stato attuale non sembrerebbero esservi spazi per nuove trattative, ha poi rilanciato la palla nel campo avversario: “La porta rimane aperta – ha detto Seibert – Ora tocca al governo greco avanzare le sue proposte”. Non molto diverso il tenore delle affermazioni del ministro degli Esteri, Frank-Walter Steinmeier, il quale ieri sera chiedeva al primo ministro greco e al suo partito di scoprire le carte. Il quadro dovrebbe incominciare a chiarirsi oggi, nel corso dell’Eurogruppo convocato per le 13 a Bruxelles da Jeroen Dijsselbloem, nel quale il primo ministro ellenico farà nuove proposte di riforma agli altri diciotto stati membri.

 

Il governo di Berlino, tuttavia, ha già incominciato a mettere le mani avanti. Il “no” di domenica non può essere un “no” al metodo merkeliano della condizionalità, per cui gli aiuti possono essere concessi solo in cambio di riforme. Se si considera che, secondo una nota del ministero delle Finanze di Berlino, sia l’Eurogruppo sia il Fondo monetario internazionale non sarebbero disponibili a parlare di taglio del debito, l’ipotesi di un terzo e nuovo pacchetto di salvataggio per la Grecia appare oggi improbabile.

 

Merkel, pur godendo di un’ampia maggioranza al Bundestag, non è sicura di potere contare oggi sul sostegno pieno e incondizionato del suo gruppo parlamentare, che manifesta malumori crescenti. La stessa opzione dell’uscita dalla moneta unica, considerata improponibile per il probabile effetto-domino che avrebbe provocato negli altri paesi quando non esisteva il Fondo salva stati, è oggi politicamente meno rischiosa. L’80 percento dei tedeschi si dice infatti contrario a fare nuove concessioni ad Atene e la retorica sul “break-up” come unica chance di salvezza per l’Ellade ha fatto breccia anche nella maggioranza di governo rosso-nera. Ne sarebbe una prova anche il recente cambio della guardia nelle file degli euroscettici dell’AfD. Nel fine settimana, mentre si consumava un nuovo atto della tragedia greca, il congresso del partito fondato nel 2013 eleggeva a segretario una donna, Frauke Petry, spodestando così il padre-padrone del movimento, l’economista Bernd Lucke. L’ala liberale del partito, che aveva fatto della rottura dell’Eurozona un punto del proprio programma, è stata messa alla porta. Le parole d’ordine del movimento, rappresentato finora in alcuni parlamenti regionali e al Parlamento europeo, diventano oggi simili a quelle di altri partiti ultraconservatori europei: no all’immigrazione incontrollata, no all’islam, no alla teoria del gender. L’agenda economica verrà ridimensionata e declinata su nuove basi: dal Grexit, che sta diventando una bandiera della Cdu/Csu e persino dell’Spd, gli euroscettici passano ora al Dexit, cioè alla campagna per promuovere l’uscita della Germania dalla moneta unica.

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