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Gestire un default è una cosa seria. Lezioni portoricane per Tsipras&co.

Mentre l’Eurozona digerisce l’esito del referendum greco, negli Stati Uniti sta esplodendo una crisi debitoria che ha alcuni importanti aspetti in comune con il caso greco ma ne aggiunge altri potenzialmente assai significativi.
Gestire un default è una cosa seria. Lezioni portoricane per Tsipras&co.

Mentre l’Eurozona digerisce l’esito del referendum greco, negli Stati Uniti sta esplodendo una crisi debitoria che ha alcuni importanti aspetti in comune con il caso greco ma ne aggiunge altri potenzialmente assai significativi. Giorni fa il governatore di Porto Rico, Alejandro García Padilla, ha annunciato che i 72 miliardi di debito pubblico sono “inesigibili”, scatenando la più grossa crisi nella finanza locale degli Stati Uniti, superando il precedente record di Detroit, il cui buco nel 2013 ammontava a 18-20 miliardi. In anni di malgoverno e assenza di riforme, il debito accumulato dall’isola è il più alto rispetto agli stati federali, pari al 66 per cento del suo pil. Eppure sono stati innumerevoli i segnali di allarme. Negli ultimi due anni il merito di credito è stato gradualmente ridimensionato sino alla soglia “spazzatura” nel febbraio 2014, ad opera di tutte e tre le principali agenzie di rating (Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch). L’insostenibilità del quadro macroeconomico e strutturale è diventata sempre più evidente: una spesa pubblica in larga parte improduttiva con un elevato onere pensionistico, accentuato della persistente emigrazione della popolazione in età da lavoro verso il nord, salari minimi troppo vicini ai salari medi che scoraggiano la ricerca di occupazione e un sistema economico che poco attrae gli investimenti. A fronte della bassa produttività, del basso livello di occupazione e di un welfare inefficiente, Porto Rico riusciva a finanziare il suo deficit di bilancio attraverso emissioni obbligazionarie che, pur pagando un (modesto) premio rispetto ai titoli del Tesoro e degli enti locali americani, riflettevano, nel complesso, i bassi tassi di interesse dell’area del dollaro.

 

D’altro canto, l’elevato costo del petrolio nel periodo 2005-’12, petrolio che l’isola utilizza per produrre in modo inefficiente energia elettrica, l’esplosione della bolla immobiliare e le ripercussioni sugli investimenti e la salute dei bilanci bancari, nonché la crisi economica negli Stati Uniti nel periodo 2007-’09, hanno acuito la fragilità della sua economia. L’adozione del dollaro americano le preclude lo strumento della svalutazione per attenuare il divario competitivo con la federazione. Infine, la recente austerità fiscale ha ulteriormente innalzato il rapporto debito/pil, sino a precluderne l’accesso al mercato dei capitali a condizioni accettabili.

 

Ma le similitudini con la Grecia non finiscono qui. Dato che Porto Rico ha uno status ambiguo – non è una municipalità e neanche uno stato federale – non può avvalersi delle speciali procedure che il codice fallimentare americano prevede nel suo Capitolo nono a tutela di entità pubbliche decentrate. In altri termini, Porto Rico non può beneficiare di un meccanismo trasparente e comprensivo di ristrutturazione del debito. Pertanto un’eventuale modifica del Capitolo nono necessaria per una risoluziona ordinata della crisi, e qui terminano le similitudini con la Grecia, dipende dal Congresso degli Stati Uniti che gli abitanti dell’isola non eleggono. Allo stesso tempo, Porto Rico non può nemmeno avvalersi degli argini finanziari che sono ora disponibili nell’Eurozona.

 

[**Video_box_2**]Dal canto suo, l’Amministrazione Obama ha già fatto sapere di essere disponibile a cooperare con l’amministrazione locale affinché la medesima amministrazione risolva la crisi. Solidarietà a parole, ma null’altro. Tuttavia Barack Obama non si può permettere di essere più “tedesco” di Angela Merkel, che pure ha ampiamente criticato per la gestione della crisi greca sino a pochi giorni fa. Gli abitanti dell’isola sono cittadini americani che parlano inglese e, pertanto, liberi e abili di migrare in massa in qualsiasi stato federale se la situazione economica precipitasse. Del resto, la diaspora portoricana è già consistente in alcuni stati: tra questi vi è, per esempio, la Florida il cui elettorato appare ancora incerto rispetto alle prossime elezioni presidenziali del 2016. Ma l’elettorato di origine portoricana rischia di essere la grana minore per Obama. Sono infatti numerosi gli americani (ed elettori) che detengono titoli portoricani, sia direttamente (65 per cento del totale del debito) che tramite fondi pensione (15 per cento). La rimanente parte è di hedge fund (20 per cento) che non esitano a sfidare i debitori stressati in aspre battaglie legali nelle aule di tribunale. L’investitore più esposto è l’asset manager Franklin Templeton, lo stesso che aveva rastrellato il 20 per cento del debito ucraino a prezzi stracciati alla vigilia del pacchetto di salvataggio erogato dal Fondo monetario internazionale lo scorso anno.

 

La disposizione degli interessi in campo rende assai stretti i margini di manovra per la Casa Bianca. Come se non bastasse, i lobbisti degli investitori di Wall Street sono già riusciti a bloccare la proposta di legge di Pedro Pierluisi, il deputato “ombra” di Porto Rico presso il Congresso americano, che intende estendere all’isola proprio il Capitolo nono del codice fallimentare.
Dal canto suo, l’amministrazione Padilla è assai meno improvvisata del duo greco Alexis Tsipras-Yanis Varoufakis (anche se il secondo nel frattempo si è dimesso). L’annuncio del default arriva al termine di un silenzioso quanto metodico processo nel quale il governatore Padilla ha messo in piedi una squadra di consulenti particolarmente autorevole nella gestione delle crisi debitorie: la repubblicana Anne Krueger, ex numero due del Fmi e autrice di una famosa proposta per un meccanismo internazionale per la ristrutturazione del debito pubblico; l’ex giudice federale Steven Rhodes che ha di recente gestito la procedura fallimentare di Detroit; lo studio legale Cleary Gottlieb Steen & Hamilton che ha prestato assistenza praticamente in tutte le crisi debitorie recenti; e, infine, la grande banca Citigroup che vanta a Wall Street i più stretti legami con la Casa Bianca. L’assemblaggio di questa squadra ha richiesto diversi mesi ed è stata possibile grazie alla mobilitazione di un network che non è semplicemente riconducibile al cerchio magico intorno al governatore Padilla. Riflette, invece, la determinazione della sua amministrazione nel contrastare i creditori non cooperativi nel loro stesso campo, affiancando alla retorica politica uno strumentario tecnico-legale sofisticato. Una lezione per i futuri Tsipras.

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