Fincantieri e la prima autocritica dei giudici ecointerventisti

Il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini,ha aperto una breccia invitando i giudici a ponderare scelte dannose per l'economia. E nel caso di Fincantieri, secondo fonti del Foglio, ci sarebbe margine per un'azione di responsabilità verso i magistrati.
Fincantieri e la prima autocritica dei giudici ecointerventisti

Roma. Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura (Csm), Giovanni Legnini, sulla prima pagina del Corriere della Sera di domenica ha prodotto la prima autocritica della magistratura all’operato dei giudici che intervengono a gamba tesa nella vita economica di aziende strategiche del paese citando i casi di Ilva e di Fincantieri, entrambe oggetto di recenti sequestri che hanno reso indispensabile un decreto d’urgenza del governo per garantire il ritorno all’operatività. “Per la magistratura cogliere e prevedere le conseguenze delle decisioni giudiziarie non può essere tabù”, dice Legnini che è il primo membro nella storia del Csm a essere stato eletto quando ancora ricopriva un incarico di governo (sottosegretario all’Economia del governo Renzi).

 

E’ notevole che Legnini dia una visione opposta a quella offerta da Alessandro Criscuolo, presidente della Corte costituzionale, in difesa della sentenza sulle pensioni che ha fatto traballare i conti pubblici (“non facciamo valutazioni di carattere economico”). Legnini poi auspica che la magistratura “orienti sempre più le sue decisioni alla piena consapevolezza dell’incidenza sistemica della giurisprudenza” e propone un percorso di autoriforma comprendente la formazione dei giudici, s’indovina in ambito economico.

 

Tuttavia se si estremizza questa posizione, condivisa da alcuni costituzionalisti, il giudice può essere spinto fuori strada. Ovvero indotto a introdurre nel giudizio delle valutazioni soggettive motivate dal contesto che, se corrette, non creano danni ma, se non lo sono, possono portare a conclusioni inaccettabili. La verità è che nel diritto il giudice è soggetto solo alla legge (“legislatore del caso singolo”) e per quanto sia portato a superare la sua funzione di “far comunicare norma e fatto” (citazione del giurista Natalino Irti richiamata da Legnini) ha un margine discrezionale che deve stare entro i confini lessicali della norma. Il giudice dunque non dovrebbe partire né da un convincimento ideologico, ambientalismo o moralismo, né si dovrebbe porre il problema delle conseguenze politico-economiche di una decisione aderente alla legge. Non c’è un altro criterio.

 

Se parliamo di Fincantieri, la scelta di sequestrare il cantiere navale di Monfalcone – dissequestrato ieri, in forza del decreto governativo che consente la ripresa delle attività, mentre la procura notificava un avviso di garanzia al direttore dello stabilimento – era errata in partenza perché la norma di legge sugli ecoreati già in vigore al tempo del sequestro offre una soluzione innovativa e diversa ai casi tipo Fincantieri con la cosiddetta “pregiudiziale amministrativa” (nuovo art. 318 bis c.p.) in quanto dice che bisogna applicare il procedimento di conformità amministrativa per cui prima di arrivare al provvedimento cautelare penale serve un passaggio intermedio di verifica della messa a norma dell’azienda da parte delle autorità ambientali. E solo dopo sei mesi in caso di inadempienza è possibile procedere al sequestro. L’ignoranza non è scusabile e, secondo fonti del Foglio, ci sarebbero gli estremi per un’azione di responsabilità da parte dell’azienda verso i magistrati.

 

Nel caso Ilva il giudice si è acriticamente assestato sulla valutazione dei periti tecnici che hanno detto che i valori inquinanti dell’acciaieria non superavano i limiti di legge stabiliti da una direttiva comunitaria bensì l’ottimo suggerito da una circolare dell’Organizzazione mondiale della sanità; è una scelta soggettiva. Il conferimento dell’arbitrio politico-sociale ai magistrati suggerito da Legnini non risolve il problema, anzi.

 

Dopodiché formazione e specializzazione per i giudici affinché siano attrezzati a risolvere questioni complesse è necessario specie nel diritto ambientale che richiede conoscenze multidisciplinari. Ciò anche per evitare che il giudice inquirente sia ostaggio dei suoi periti, i quali sono spesso pescati da bacini ideologici di prima forza come i comitati cittadini o le associazioni ambientaliste. (a.bram.)

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