Etsi Atene non daretur. Finalmente si può parlare di euro

La scelta del popolo greco è per tutti una scelta di fare chiarezza. Da oggi pensare all’euro e pensare alla Grecia sono due cose, entrambe necessarie ma distinte.
Etsi Atene non daretur. Finalmente si può parlare di euro

LaPresse

Tutto sommato meglio così. Con un “sì” stiracchiato a un quesito mal posto, oggi staremmo a elucubrare su sviluppi politici, dimissioni, rimpasti, elezioni, coalizioni. La scelta del popolo greco è per tutti una scelta di fare chiarezza. Da oggi pensare all’euro e pensare alla Grecia sono due cose, entrambe necessarie ma distinte.

 

Pensare all’euro significa prima di tutto riconoscere che la stabilità dell’euro non dipende da quello che succede in Grecia. Non è mai stato così, lo si è lasciato intendere, ed è stato un errore. Diciamo allora che è stata una retorica un po’ esagerata per convincere i  popoli degli altri 18 che bisognava negoziare fino allo stremo. Perché se fosse vero che l’esistenza dell’euro può essere gravemente minacciata da leader o inesperti o irresponsabili di un paese che conta per il 2 per cento del pil dell’Eurozona, che nei 150 anni da che è indipendente ha fatto default sette volte ed è restato fuori dai mercati finanziari un giorno su due, che è entrato nell’euro con la frode, allora il messaggio a tutti i cittadini d’Europa sarebbe che la moneta in cui sono espressi i loro guadagni e valutati i loro beni è in equilibrio precario; e il messaggio a coloro che vogliono investire da noi sarebbe l’avvertimento che investono in una valuta debole. Un modo un po’ troppo brutale di facilitare le esportazioni. Abbiamo il dovere di dire a spagnoli, a portoghesi, anche a noi stessi, che non siamo più deboli se la Grecia non ce la fa o non vuole farcela, che quello non è mai stato il bastione che regge l’intera costruzione. Un po’ più poveri lo saremo, ma non più deboli. La lezione greca è chiara quanto alle direzioni in cui deve andare l’euro, ma non è la Grecia che ci detta l’agenda.

 

Le deliranti parole di Stefano Fassina due sere fa a Radio Radicale, secondo cui il “no” della Grecia non è il rifiuto di una proposta da parte di un paese, ma la richiesta di un rovesciamento di tutta una politica economica da parte del demos europeo, sono un problema interno italiano (per non parlare del Pd): se la Grecia è fuori è perché è stata, ed è, incapace di governarsi, non perché questa è un’Europa a trazione tedesca. L’entusiasmo di piazza Syntagma può contagiare anche gli inviati più seri, ma il Partenone non è Guernica, e la Merkel non ha mandato la Legione Condor. Non c’è stato nessun waterboarding in Grecia, dal 2010 i paesi creditori hanno fornito, non sottratto, denaro alla Grecia, in misura consistente (per chi vuole il dettaglio, si veda il paper di Kenneth Rogoff su Vox.eu).

 

Pensare all’euro significa pensare a come risolvere il suo problema democratico. Se in Europa, dal Front National a Podemos, passando per il Movimento 5 stelle, serpeggiano ostilità verso equilibri e le decisioni politiche conseguenti alla attuale cessione di sovranità, sembra quantomeno contradittorio pensare di farle rientrare con ulteriori cessioni di sovranità. Se è vero che le maldestre interferenze europee nel referendum greco hanno contribuito a un risultato contrario agli intenti, questa sì che sarebbe una lezione da imparare. “Mancanza di rispetto per la democrazia, ignoranza economica e arroganza è ciò che rimane del progetto europeo”, forse c’è esagerazione in quel che scrive Wolfgang Münchau: ma è a questi maturi tifosi in trasferta che dovremmo cedere sovranità?

 

L’Europa è un’Unione di stati liberi che vi aderiscono per convinzione e per convenienza; non c’è nessun Iraq, o Siria, o Afghanistan in Europa, non c’è nessun progetto di “nation building” nei trattati. L’Europa non dà voti di fiducia ai governi, i debitori si devono conquistare la fiducia dei creditori, i contenziosi vanno risolti da istituzioni economiche, non in sede politica. L’Europa ha bisogno di più, non di meno, flessibilità, in particolare deve trovare il modo di darsi una clausola di exit per far sì che siano i mercati e non la politica a stabilizzare paesi che dovessero risultare fiscalmente irresponsabili.

 

[**Video_box_2**]E poi c’è da pensare alla Grecia. La Grecia appartiene all’Europa per motivi geopolitici, storici, culturali: l’Europa non farà finta di niente di fronte a un paese che dovrà affrontare una prova durissima, che facilmente sfocerà in emergenza umanitaria. Ma non si può accettare l’ennesima piroetta: la lampada è stata rotta, non c’è modo di farci rientrare lo spirito. Si sono passati mesi a discutere, si è perso il conto del numero dei vertici. Gli europei che hanno pagato e dovranno ancora pagare hanno diritto a un po’ di serietà, almeno da parte delle loro istituzioni. Ovvio che qualunque azione dell’Europa necessita di una controparte governativa greca. Ma è da questa parte che la controparte va cambiata. Nelle ultime settimane il livello decisionale era salito al massimo, Chefsache, dicevano in Germania: adesso ci dovrà essere un interlocutore competente (basti pensare alla questione monetaria), comprensivo e generoso, ma diverso, umanitario, non politico. Perché quello che di politico c’era dovrebbe già essere stato deciso: l’Europa non farà mancare aiuti alla Grecia.

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