Al di là dell’esito del referendum oggi non possiamo che urlare: Ich bin ein Merkelianer

Prima o poi tutti capiranno che l’alternativa alla dottrina Merkel non è quella della libertà o del no all'austerity: è la dottrina dei problemi che si rinviano.
Al di là dell’esito del referendum oggi non possiamo che urlare: Ich bin ein Merkelianer

La cancelliera tedesca Angela Merkel (foto LaPresse)

Ich bin ein Merkelianer! A prescindere dall’esito del referendum ateniese, e a prescindere da quale sarà la direzione che imboccherà il governo scapigliato della coppia del “no” Tsipras-Varoufakis, la certezza è che in un giorno come questo il modo più genuino e non demagogico per valutare le conseguenze del bagno popolare a cui il capo del governo greco ha sottoposto l’accordo con i creditori europei è quello di mettere nero su bianco che, oggi più che mai, non possiamo non dirci merkeliani. Ich bin ein Merkelianer!

 

C’è chi ci è già arrivato oggi e chi forse ci arriverà domani. C’è chi non ci arriverà per antipatia nei confronti della regina d’Europa e chi semplicemente ci arriverà più tardi perché crede che sia ancora possibile giocare a fare gli anticapitalisti con i capitali degli altri. Prima o poi, però, vedrete che ci arriveranno tutti. E tutti capiranno che l’alternativa alla dottrina Merkel non è la dottrina del no al rigore, del no all’austerity, e del sì alla crescita, del sì agli investimenti del sì alla flessibilità, del sì alla pace del mondo. L’alternativa alla dottrina Merkel – intesa come dottrina che mette al centro delle politiche dei governi la necessità di non nascondere la polvere sotto i tappeti, di tenere lontana la speculazione a forza di formidabili riforme non necessariamente popolari e di evitare di usare droghe populistiche per far crescere il paese – è spesso la dottrina dei problemi che si rinviano. Ed è spesso la traduzione rivista della vecchia teoria del crescere spendendo e non del crescere risparmiando.

 

I tempi che corrono, se non fosse chiaro, sono quelli che sono, e sono quelli in cui la vacca grassa della spesa pubblica non può essere munta come la si mungeva un tempo e in cui There is not alternative (Tina) alla crescita che deve avvenire aggredendo la spesa pubblica, riformando i mercati del lavoro, armonizzando (parola chiave) le pensioni, livellando i privilegi e facendo quella che è la vera essenza della dottrina Merkel. Una via, un percorso, che un domani non potrà che essere anche la strada maestra che dovrà prendere un governo come quello greco che vuole pensare ai prossimi vent’anni e non ai prossimi venti giorni: la crescita la si finanzia non cercando soldi dove i soldi non ci sono ma rendendo più produttivo il paese. E’ un concetto elementare, ovvio, lineare, che viene spesso messo in discussione contrapponendo l’idea che non debbano essere i mercati e i tecnocrati a mettere becco sulla democrazia dei singoli paesi, senza capire che non c’è democrazia e non c’è Europa se non c’è condivisione e se non si accetta di mettere in comune in alcuni casi anche le sovranità (specie quando ci si ritrova con le pezze su per il Partenone). Il popolo greco presto si accorgerà dello scherzo che gli ha giocato la coppia del “no”, e presto si accorgerà che il piano Tsipras, paradossalmente e inevitabilmente, prevede a suo modo una forma alternativa di austerity, che a differenza di quella imposta dall’Europa rischia però di essere regressiva e non espansiva (il premier greco in caso di vittoria del no proverà a essere indipendente dai mercati abbattendo il debito pubblico e mantenendo il pareggio di bilancio, e non vorremmo essere nei panni di Stefano Fassina e Barbara Spinelli qualora dovessero ritrovarsi a elogiare l’austerity creativa greca).

 

A voler trovare anche una possibile lezione per l’Italia della grande farsa e tragedia greca si potrebbe dire che la demagogia ateniese è parente stretta di una demagogia con cui dovrà fare i conti il nostro paese e il nostro presidente del consiglio ed è la demagogia di quelle consistenti aree italiane in cui il principio del nascondere la polvere sotto i tappeti in nome di un supremo bene comune vale ancora come un mantra totalitario. La Grecia che è in noi non è quella dei conti pubblici, del deficit, dello spread e delle non riforme ma è una Grecia che esiste in modo massiccio in quelle grandi sacche di sprechi che rendono pezzi importanti di città luoghi in cui l’inefficienza produce sprechi, corruzione e illegalità. La lezione del referendum greco, se vogliamo, è anche questa ed è inevitabile. E ci permettiamo di scommettere che in futuro la dottrina Merkel avrà sull’Europa lo stesso tipo di ricaduta che hanno avuto negli ultimi anni molte idee di destra sul campo della sinistra.

 

[**Video_box_2**]Tempo fa, su questo giornale, Guido Vitiello ha ricordato una folgorante letterina di Mattia Feltri che provò a individuare l’algoritmo della famosa regola dei vent’anni, quella per cui la sinistra riconosce, con vent’anni di ritardo appunto, che alcune cose che aveva ritenuto aberranti, losche, impresentabili, frivole, se non addirittura incarnazioni del male assoluto, a guardar bene tanto cattive non erano. “Immagino fosse il 2001, perché l’occasione era il film La stanza del figlio di Nanni Moretti, che suscitò un’improvvisa infatuazione di gruppo per il tema della morte. La sequenza di passi descritta da Feltri – che si può applicare indifferentemente a Nietzsche, Monicelli, gli album Panini, Il Signore degli Anelli, Carosello, la castità, le Kessler, la Mitteleuropa – è questa: 1) una stronzata di destra; 2) una commovente scoperta; 3) da sempre patrimonio della sinistra”. Con la dottrina Merkel funzionerà più è meno allo stesso modo. Con l’unico problema che se l’idea del non scaricare sull’Europa le responsabilità che hanno i singoli paesi diventerà patrimonio della sinistra tra vent’anni rischia di essere tardi non solo per la Grecia ma anche per noi e per tutta l’Europa.

 

E dunque, per questo, a costo di voler provocare tutti coloro che giustamente chiedono che l’Europa riesca a liberarsi dalle catene dell’inflessibilità e che sia sempre più a vocazione americana che a vocazione tedesca, con vent’anni d’anticipo lo diciamo chiaro e tondo. Oggi più che mai: Ich bin ein Merkelianer!

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