Sondaggi, costi e conseguenze del referendum in Grecia

La decisione del primo ministro greco Alexis Tsipras di indire un referendum lascia i cittadini greci con una scelta difficile. Sondaggi, costi e conseguenze di un referendum decisivo per i destini dell'Europa.
Sondaggi, costi e conseguenze del referendum in Grecia

La decisione del primo ministro greco Alexis Tsipras di indire un referendum lascia i cittadini greci con una scelta difficile. Al fondo della questione c'è la scelta lasciata ai cittadini greci di decidere se sono pronti ad accettare o meno sostegno finanziario dall'Unione europea. Votare "no" (όχι) significa rifiutare l'assistenza finanziaria. Votare "sì" (nαί) lascia aperta la possibilità di continuare i negoziati con i creditori (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, Unione europea).

 

A due giorni dal referndum indetto per domenica 5 luglio – con un parere di costituzionalità pendente del Consiglio di stato greco e uno negativo del Consiglio d'Europa per una consultazione che non rispetta gli standard internazionali per tempo insufficiente concesso ai cittadini per informarsi su quesiti tecnici posti in maniera troppo vaga – i sondaggi offerti dicono che il risultato è "too close, to call".

 

Un sondaggio commissionato in queste ore da Bloomberg News mostra che il 43 per cento degli intervistati intende votare no, il 42,5 è orientato per il "sì". Il sondaggio è basato su un campione di 1.042 persone ed è stato condotto dalla Università di Macedonia (margine d'errore statistico del 3 per cento).

L'opinione prevalente, tuttavia, è che la Grecia debba restare nell'Eurozona.

La chiusura delle banche nazionali deciso per decreto e la restrizione sulla circolazione dei capitali per scongiurare una fuga di depositi massiccia – in realtà avvenuta e in corso, secondo il quotidiano britannico Telegraph le banche greche finiranno i contanti disponibili entro il weekend – ha avuto un ruolo nell'orientamento dei cittadini, che hanno accelerato i prelievi nell'ultima settimana, portando a spostare le preferenze per il "sì".


Secondo la ricostruzione dell'inviato ad Atene del Sole 24 Ore, Vittorio da Rold, il costo del referendum in termini di fuga di depositi, difficoltà per le imprese a operare regolarmente, aggravata dal blocco dei capitali "potrebbe costare un calo del 2 per cento del pil della Grecia, pari a 3,5 miliardi di euro. Una mazzata per un paese che ha già perso a causa della recessione in cui è precipitato negli ultimi cinque anni il 27 per cento del suo prodotto interno lordo".

Cosa succede dopo? L'analisi di Royal Bank of Scotland, una banca inglese:

[**Video_box_2**]Con la vittoria del "sì" un accordo torna sul tavolo, Tsipras o il governo potrebbe dare le dimissioni o Syriza potrebbe cercare un'alleanza, creare una nuova coalizione o un governo di unità nazionale. Sarebbe più facile negoziare un accordo e tenere la Grecia nell'euro.

 

Con la vittoria del "no" il governo resterebbe al potere ma ci sarebbero poche prospettive per un accordo. La Banca centrale europea potrebbe restringere la liquidità d'emergenza fornita alle banche (Emergency liquidity assistance, Ela) spingendo le banche a una crisi di liquidità mentre il Tesoro greco potrebbe emettere Iou (acronimo di “I owe you”, sono in debito con te), ovvero una valuta di carta che i commercianti dovrebbero accettare per buona con cui pagare anche stipendi e pensioni. Questo porterebbe la Grecia a un passo dall'uscita dall'Eurozona. Ecco quali possono essere gli sbocci: Grexit (uscita dall'euro) o Grin (Greek Invasion) ovvero la Germania "invade" la Grecia.

 

 

 

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