Il principio di realtà spiegato a Tsipras dai greci di Tucidide

Quando il primo ministro greco ha deciso di abbandonare le trattative con la Troika e di far scegliere ai greci con un referendum plebiscitario, in molti hanno evocato l’orazione di Pericle come manifesto della democrazia.
Il principio di realtà spiegato a Tsipras dai greci di Tucidide

Alexis Tsipras (foto LaPresse)

Milano. Quando il primo ministro greco Alexis Tsipras ha deciso di abbandonare le trattative con la Troika e di far scegliere ai greci con un referendum plebiscitario se accettare la bozza di accordo proposta dai creditori, in molti hanno evocato l’antica Grecia e l’orazione di Pericle come manifesto della democrazia (“per il fatto che non si governa nell’interesse di pochi ma di molti il nostro sistema politico è chiamato democrazia”). Ma a guardare meglio nella “Guerra del Peloponneso” di Tucidide c’è un altro passo che spiega meglio di ogni altra cosa il rapporto tra la Grecia di oggi e i suoi creditori. Si tratta del “dialogo tra gli ateniesi e i melii”, nel libro V, quelle poche pagine con cui Tucidide di fatto ha fondato il realismo politico occidentale.

 

La situazione è per alcuni versi simile a quella attuale, con Atene (nella parte di Ue, Bce e Fmi) che invia i suoi ambasciatori per ripristinare le regole nella ribelle isola di Melo (la Grecia di Tsipras), che non vuole più versare il suo tributo alla Lega ateniese. Gli ateniesi si recano nell’isola per parlare alla popolazione, ma gli oligarchi di Melo preferiscono una discussione a porte chiuse ed è grazie a questa scelta che gli ateniesi possono parlare in maniera cruda ai melii. Spiegano agli interlocutori che nel mondo “gli dèi e gli uomini tendono per necessità di natura a dominare ovunque prevalgano per forze”. Comanda il più forte, è una legge eterna e naturale: “Bisogna che da una parte e dall'altra si faccia risolutamente ciò che è nella possibilità di ciascuno e che risulta da un’esatta valutazione della realtà”. E la disparità di forze tra Melo e Atene, che si è recata con migliaia di soldati sottolineare il valore dei propri argomenti, suggerisce ai teorici dei giochi di Melo (chissà se tra di loro c’era un Varoufakis) di accettare l’ultimatum: “Noi vogliamo estendere il nostro dominio su di voi senza correre rischi e nello stesso tempo salvarvi dalla rovina, per l'interesse di entrambe le parti”, dicono gli ambasciatori di Atene. Per i melii l’idea di sottomettersi non è esaltante, chiamano in causa il principio di giustizia e chiedono una soluzione soft: “Non accettereste che noi fossimo amici anziché nemici, conservando intatta la nostra neutralità?”.

 

Gli ateniesi rispondono che Melo non può essere trattata diversamente dalle altre città, sarebbe la fine dell’impero (leggi Euro): “La vostra amicizia agli occhi dei nostri sudditi sarebbe prova di debolezza, mentre il vostro odio sarebbe testimonianza della nostra potenza”, anche oggi come allora un trattamento privilegiato sarebbe un segnale di cedimento per gli altri movimenti populisti nell’europeriferia. Allora i melii rispondono un po’ come Tsipras adesso: è meglio combattere che arrendersi, in una guerra anche i più deboli hanno anche una sola possibilità di vincere: “Se ci affidiamo all’azione (il referendum di oggi, ndr) possiamo ancora sperare che la nostra resistenza abbia successo”. E oltre che nell’aiuto del fato, i melii sperano nell’intervento di Sparta (l’odierna Russia di Putin, ndr). Ma ancora una volta gli ateniesi rispondono che chi si affida totalmente alla speranza è destinato alla rovina, come chi si spera nell’arrivo di salvatori esterni, perché anche loro seguono la legge eterna: “Per quel che riguarda l’opinione che avete degli spartani noi ci complimentiamo per la vostra ingenuità, ma non possiamo invidiare la vostra stoltezza. Gli spartani quando si tratta di propri interessi e delle patrie istituzioni, considerano virtù ciò che piace a loro e giustizia ciò che loro è utile”. Il dialogo finisce con gli ateniesi che suggeriscono ai melii di decidere saggiamente, facendo una scelta razionale e non dettata dall’emotività: “Molti furono attirati da quello che noi chiamiamo sentimento d’onore, sicché, soggiogati da quella parola piombarono ad occhi aperti in mali senza rimedio, attirandosi un disonore più grave di quello che volevano fuggire”. In palio c’è qualcosa di più importante dell’onore e della giustizia: la salvezza della patria (“ripetetevi che la patria è una sola”).

 

Ma i melii rifiutano l’ultimatum di Atene e la città viene completamente distrutta. “In quelle pagine c’è molto in comune con la situazione odierna – dice al Foglio Damiano Palano, docente di Scienza politica alla Cattolica – con la differenza che ora anche l’Europa come la Grecia si appella al diritto e alla giustizia. Ciò che Tucidide può insegnare alla Grecia di Tsipras è il richiamo al principio di realtà, dovrebbe suonare come un invito ad accantonare gli ideali astratti e ripensare alla democrazia in chiave realistica, avendo la convinzione che perseguire gli ideali senza le risorse materiali per sostenerli porta alla rovina”. Il realismo politico di Tucidide e la brutta fine degli strateghi di Melo sono un monito soprattutto per Tsipras e Varoufakis, ma quel dialogo farebbero bene a rileggerlo anche a Bruxelles: “In un punto del dialogo – spiega Palano – i melii fanno una profezia, dicono agli ateniesi che presto o tardi potrebbe accadere anche a loro di trovarsi nelle stesse condizioni: pochi anni dopo la distruzione di Melo, Atene verrà sconfitta e umiliata da Sparta. La lezione è che affrontare le questioni in termini etici non porta mai a risultati efficaci, perché quando si continua a rivendicare diritti opposti ci si allontana dalle soluzioni. La Grecia dovrebbe guardare alle possibilità reali della propria economia, ma anche l’Europa dovrebbe guardare con realismo a come stabilizzare l’Eurozona”.
 

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