Perché non è un male se la Borsa cinese va sull’ottovolante

Dopo l’euforia degli investitori, il collasso. Niente paura è l’economia di Pechino che diventa internazionale
Perché non è un male se la Borsa cinese va sull’ottovolante

Foto LaPresse

Roma. Avanti compagni, la rivoluzione si difende nei palazzi di vetro di Pudong, ove scintillano le vetrate dello Shanghai Stock Exchange. O a Shenzhen, la città a nord di Hong Kong dove Deng Xiaoping spiegò ai cinesi che “arricchirsi è rivoluzionario”. Ieri, per sostenere le quotazioni traballanti delle due Borse del Dragone, 2.800 società che capitalizzano più di ogni Borsa al mondo – salvo Wall Street – il governo ha deciso di permettere ai fondi pensione di investire sulle azioni cinesi, ma anche nei private equity, nei fondi indice e pure nei futures o altri derivati. Roba da far impallidire la timida moral suasion di casa nostra, dove si tenta con mille cautele, di convincere i gestori a passare dai Bot a qualcosa di più ardito. Ma la Cina, si sa, è il paese del “Grande balzo”.

 

La mossa di ieri, del resto, è maturata in piena emergenza. I listini cinesi, che dall’inizio del 2014 hanno registrato una sbalorditiva ascesa del 140 per cento, da venti giorni sono entrati in sofferenza. Nonostante gli interventi della Banca centrale, i prezzi hanno subìto più di una frana, per una perdita complessiva del 20 per cento abbondante frenata ieri solo dalla notizia del prossimo arrivo dei fondi previdenziali. E’ finita qui? Probabilmente no, perché le tensioni di Shanghai riflettono la difficile transizione di Pechino da officina del mondo a società basata sui servizi. Più ancora, da struttura piramidale al servizio di ceti privilegiati, tecnocrazia, partito o altre élite, rispetto a una società in ebollizione, soprattutto ora che la crescita economica segna il passo. E’ l’opinione di Anne Stevenson-Yang, già giornalista americana arrivata in Cina nel 1985, oggi, felicemente sposata con un ex ufficiale dell’intelligence di Pechino, stimata consulente delle multinazionali sotto le insegne di JCapital.

 

“L’ascesa della Borsa – scrive sul suo blog – è l’ultimo sistema adottato dalla classe dirigente per spremere ricchezza dalla gente comune. Se guardiamo quel che è successo dal 2009, tra privatizzazioni e ricorso ai mercati finanziari, osserviamo un enorme spostamento di ricchezza a favore delle élite”. “I problemi della Borsa – aggiunge – sono un diversivo per non affrontare la pesante crisi del mercato immobiliare o altri segnali di frenata dell’economia, senz’altro ben superiori a quanto emerge dalle statistiche ufficiali”. A favore di questa tesi estrema ci sono alcuni elementi. Dietro buona parte dell’euforia che ha consentito ricchi guadagni ai bene informati c’è il boom, pilotato dal governo, delle offerte pubbliche di vendita: nel giro di pochi mesi sono spuntati come funghi fondi specializzati nelle matricole (almeno 200 per un giro d’affari di oltre 320 miliardi, superiore al pil della Malesia) che hanno fatto fare ai sottoscrittori (privilegiati) guadagni d’oro rastrellando, prima del debutto sul mercato, titoli come quello di China Nuclear Engineering, salito di ben 42 volte nel giro di un mese. Non stupisce che, di fronte a certi numeri, i ceti medi cinesi, ricchi di risparmi e per tradizione grandi giocatori, siano accorsi a frotte al richiamo dello Stock Exchange. Da gennaio in poi, milioni di neofiti, in pratica la nascente classe media del Dragone, hanno investito i soldi nelle società finanziarie che, grazie alle agevolazioni consentite dalle autorità monetarie, hanno favorito la speculazione al rialzo: per ogni yuan depositato, in sintesi, i novelli piccoli speculatori ne hanno incassato uno a prestito da investire nello Stock Exchange. Un gioco che, come sempre accade, ha portato alla formazione di una bolla dei prezzi e al successivo sboom. Stavolta scattato con un’improvvisa vendita di titoli, un mese fa, da parte di Central Huijin, una finanziaria controllata dallo stato.

 

Da allora, per gli improvvisati speculatori è stato un bagno di sangue, come registra Huang Shang, una sorta di Warren Buffett cinese che, in barba agli strali dei giornali di partito, suggerisce di vendere i titoli delle società più vicine all’ortodossia ufficiale, ricche di commesse pubbliche ma opache nei conti (il nome del suo fondo, Muddy Waters, acque paludose, è un programma). Detto questo, l’impegno della leadership di Pechino a favore del mercato azionario è genuino e autentico. Ben superiore agli sforzi che hanno giustificato, in occidente, l’accusa di voler “salvare le banche”.

 

[**Video_box_2**]Negli ultimi giorni Pechino non ha lesinato sforzi per stabilizzare i mercati: oltre all’autorizzazione ai fondi pensione e al taglio dei tassi, il quarto da settembre, sono state prese misure per liberare risorse bancarie e, non ultimo, le finanziarie statali, compresa Central Huijin, hanno acquistato titoli a piene mani. Tanto impegno non si giustifica con la volontà di difendere i guadagni dei soliti noti (comunque già incassati, nella maggior parte dei casi) ma risponde a una manovra sia politica sia economica. Il rilancio della Borsa, con l’obiettivo di trasformare Shanghai nella City d’oriente, è la punta di diamante dello sforzo di trasformare l’economia cinese in una società basata sui servizi e sui consumi interni. Un salto del genere richiede più efficienza nella distribuzione delle risorse e una maggiore apertura ai flussi finanziari. Una Borsa efficiente è la prima e necessaria garanzia per rivendicare un maggiore ruolo per lo yuan nei commerci internazionali, fino al riconoscimento di valuta di riserva. E la condizione essenziale, non meno importante, per legittimare il ruolo di Shanghai come terminale dell’Aiib, la Banca delle infrastrutture promossa con successo dalla Cina. Tutto questo impone, per necessità, la creazione di una Borsa solida, capace di fronteggiare le improvvise e violente fasi di volatilità, “malattia infantile del capitalismo finanziario” come lasciano intendere i commenti in arrivo da fonti di governo e della People’s Bank of China, ansiosa di legittimare l’immagine di azionista stabile nelle istituzioni occidentali; ultimo episodio, l’acquisto del 2 per cento di Banca Intesa.

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