Il gran muro di Berlino

La resa condizionata del compagno Tsipras, Merkel che perde le staffe, il referendum “non democratico”. Psicodramma greco, giorno 2.004, quando pure gli tsiprioti italiani si scoprono progressisti un po’ ipocriti - di Stefano Cingolani
Il gran muro di Berlino

Foto LaPresse

Roma. Psicodramma greco – giorno 2.004 – dove si registra la resa condizionata di Alexis Tsipras e Angela Merkel perde la pazienza. Il sipario si è aperto il 18 ottobre 2009 quando il neo primo ministro George Papandreou ha ammesso che i conti sono stati truccati, e mercoledì è arrivato un altro coup de théâtre. Gli italici tsiprioti sono rimasti di sasso quando hanno letto la lettera che il loro eroe ha inviato alla Troika (pardon alle tre istituzioni vigilanti) nella quale accetta quasi tutte le condizioni, anche se insiste nel chiedere una estensione delle scadenze e un terzo salvataggio da 29 miliardi di euro. Per mostrarsi davvero serio, Tsipras avrebbe dovuto sospendere il referendum. Invece, con logica da Cobas, mentre a Bruxelles leggevano la missiva, ad Atene già precisavano che la consultazione popolare verrà tenuta comunque (anche se  per tempi rapidi di proclamazione e quesiti vaghi non rispetta i criteri democratici, dice il Consiglio d’Europa). In un appello alla nazione, il capo del governo ha invitato a votare “no”, denunciando il “ricatto” dei creditori. Dunque, Tsipras parla con lingua biforcuta per uscire dalla trappola nella quale s’è chiuso da solo, e Berlino non ci sta. “Non è affidabile”, dice il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, seccato per questo mélange di avventurismo e dilettantismo negoziale. Jean-Claude Juncker taglia ogni contatto con Atene fino a lunedì. Matteo Renzi, durante l’incontro pomeridiano con la cancelliera tedesca, lo definisce “un errore”. Frau Angela ha elogiato il premier italiano su Jobs Act e riforme. E lui ha preso le distanze dalle brigate marxiste-lepeniste che scalpitano in Parlamento, pronte a salpare per il Pireo.

 

Mario Draghi, l’unico che abbia in mano il potere materiale perché batte moneta vera, tiene le briglie strette usando la liquidità d’emergenza (Ela) come una sorta di bacchetta finanziaria: se non ci sarà l’intesa, le banche greche non potranno contare su un aumento delle erogazioni. Mentre le Borse salgono convinte che vincerà il “sì” e Tsipras dovrà dimettersi. Il Financial Times racconta di uno scontro furibondo l’altra notte al vertice di Syriza, sul testo della lettera di parziale “ravvedimento”. Nikos Pappas, il più stretto collaboratore di Tsipras capo dell’ala referendaria, si è accapigliato con il vice premier Yannis Dragasakis, capo del team economico.

 

Il vaudeville si fa elettrizzante nella sua gran confusione; attori e comparse entrano ed escono dalle porte come in una pièce di Feydeau. Mercoledì ha calcato la scena Luciana Castellina, primadonna della sinistra e delle assemblee europee (eletta nel Parlamento di Strasburgo per la prima volta nel 1979). Sul manifesto ha scritto un commento vibrante di passione sulla “roulette greca” e “la scommessa di Tsipras”. Memore della vecchia scuola dei giornalisti comunisti costretti a basare ogni articolo sull’analisi della situazione concreta, ha voluto demistificare “le false verità” a proposito dei privilegi che la Grecia vorrebbe difendere (pensioni baby, evasione fiscale massiccia, bassa produttività, ecc.). E soprattutto ha “guardato nei dettagli i punti sui quali la squadra greca ha trattato e si è rifiutata di accogliere le proposte delle istituzioni europee”.

 

Peccato che nel frattempo Tsipras aveva inviato la lettera a Juncker, Draghi e Christine Lagarde nella quale si dichiarava pronto “ad accettare questo accordo fatte salve le seguenti modifiche, aggiunte o chiarimenti”. Il testo non ha nessun esito pratico, ma può diventare un punto di ripartenza fin da lunedì. In sostanza, si tratta di “mantenere lo sconto Iva del 30 per cento sulle isole”; “aumentare gradualmente l’acconto per le imprese individuali al 100 per cento ed eliminare allo stesso modo gli sconti fiscali per gli agricoltori (accise del gasolio incluse) entro la fine del 2017. Ridurre il tetto per le spese militari”. Sulle pensioni “la riforma del 2010 sarà applicata ma quella del 2012 viene rinviata fino a quando la riforma legislativa non diventerà effettiva nell’ottobre del 2015. Ekas (l’elargizione ai 200 mila pensionati più poveri, ndr) sarà definitivamente cancellata entro la fine del 2019 ma senza alcuna azione immediata sul primo 20 per cento di beneficiari”. Dunque, è possibile riformare la previdenza, anche se con maggiore gradualità: ciò vuol dire che mentre gli italiani saranno in quiescienza a 67 anni dal 2017, i greci vogliono farlo nel 2022. Da quest’anno cambierà anche il mercato del lavoro (gli italici tsiprioti trasecolano).

 

Cadono, insomma, i fronti della resistenza che piacciono a Castellina, mentre tra i punti ancora non negoziabili c’è il privilegio per gli albergatori delle Cicladi. Per la madrina del manifesto “è difficile rimanere insensibili all’aumento dell’Iva a carico delle isole che vivono del solo turismo”. In realtà, la linea Maginot nel mar Egeo non l’ha tracciata Syriza (avrebbe preferito resistere sulle pensioni) ma il partitino di destra Anel (Greci indipendenti), ovvero l’arbitro del governo guidato da Panos Kammenos, ministro della Marina (posizione chiave per i rapporti con gli armatori) nel governo di Karamanlis, l’uomo della bolla olimpica che ha aperto la strada al collasso finanziario della Grecia.

 

E’ singolare che la discussione tralasci tanto spesso i fatti, a cominciare dall’evento chiave, la scoperta che il deficit pubblico non era del 6 ma del 15 per cento e il debito non arrivava a quota 130 in rapporto al pil, ma si avvicinava pericolosamente a 160. Bolle e balle. Il premio Nobel Paul Krugman sostiene che il collasso della Grecia è avvenuto per le politiche di austerità imposte da Ue, Bce e Fmi. Anche lui dovrebbe riguardare bene la cronologia. Nell’autunno del 2009 l’Unione europea, ancora colpita dalla crisi finanziaria, “ha reagito timidamente”, ricorda Lorenzo Bini Smaghi che allora era nel direttorio della Bce, invitando il governo a fare il possibile per aggiustare la situazione. “Fino al marzo 2010 si riteneva che un aiuto da parte della Ue e del Fmi non fosse necessario”. Ma i mercati cominciarono a picchiare duro, anche su Irlanda e Portogallo, mentre entrarono nel mirino Spagna e Italia. Insomma, tutti i Piigs sott’attacco.

 

Il primo salvataggio greco non funziona, è troppo blando e mal congegnato da parte dei creditori i quali pretendono un rientro in tempi brevi e impongono tassi troppo elevati, sottolinea Franco Bruni professore di Teoria monetaria internazionale alla Bocconi; il contagio diventa epidemia, scoppia la crisi dei debiti sovrani. Ci vorrà Mario Draghi con il suo “whatever it takes” dell’estate 2012 per placare la tempesta. Nell’autunno dello stesso anno, viene approvato il secondo intervento che svaluta il debito del 53 per cento. Adesso è sul tavolo una nuova riduzione, spostando la scadenza alle calende greche (letteralmente). Se l’accordo proposto dalla Troika verrà rifiutato, non resta che il default il cui costo sarà molto più alto. A quel punto, il fallimento imporrà per davvero la “macelleria sociale”, mica l’austerità.

 

[**Video_box_2**]Dalla crisi del 2009 a oggi la Grecia ha visto ridursi pil e reddito pro capite (da 20.700 a 16.300 euro), mentre la disoccupazione è salita dal 18 al 26 per cento, la spesa si è ridotta dal 54 al 49 per cento del pil e gli investimenti dal 21 all’11. Ma le pensioni rispetto al prodotto lordo sono aumentate (dal 13,9 al 14,4) e – al contrario di quel che scrive Castellina – restano superiori di oltre 3 punti alla media della Ue e allineate alla quota italiana. Non c’è stata nemmeno una vera stretta fiscale perché la pressione è rimasta attorno al 33 per cento del pil (l’Italia è al 43,5). Ecco le verità sulla Grecia. E’ scorretto non ricordare che dall’introduzione dell’euro alla crisi finanziaria i salari sono cresciuti più della produttività, mentre il copioso flusso di capitali dal nord Europa (più 9 per cento l’anno, tre punti oltre la Spagna) finanziava immobili e consumi. “Colpa di banche e imprese senza scrupoli”, scrive Castellina. E allora, come mai la gauche difende quel “modello di sviluppo”, assistenziale e clientelare? Il paradosso è che il cambiamento viene chiesto dall’Unione europea, dai democristiani e dai socialdemocratici di Berlino, dalle forze moderate che sono al governo un po’ dappertutto; mentre la sinistra radicale si batte per salvare i privilegi degli albergatori delle Cicladi. Le sorti della moneta unica, anzi dell’Unione europea, sono appese al paradigma Santorini.

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