I totem della nuova Milano

A parte la retorica sulla modernità, chi sono i veri poteri che provano a mettere radici nella città del futuro? Banche, politica, fondazioni. Prove tecniche di una City. Inchiesta.
I totem della nuova Milano

Che c’è sotto le torri, a parte la retorica sulla modernità? Cosa resta di Expo oltre agli ettari di terreno edificabile? Quale eredità lascia Giuliano Pisapia, il sindaco vissuto dell’eredità altrui? Il futuro di Milano ruota attorno a queste tre domande ancora senza risposte. Le abbiamo cercate tra gli apocalittici: convinti che la città non si sia mai ripresa da Tangentopoli (anzi quel circuito politico-affaristico si è generalizzato), sono pronti a mettersi nelle mani di un salvatore, meglio se magistrato o superpoliziotto. Per gli integrati, invece, la “rivoluzione arancione” non finisce affatto con la ritirata del sindaco che l’anno prossimo non si ripresenta: anzi, quella stessa coalizione che ha insediato Pisapia resta il baluardo del nuovo perbenismo progressista. Poi ci sono gli evoluzionisti, secondo i quali  Milano cambia sempre e si sta trasformando di nuovo, in modo spontaneo, fuori dall’immenso vuoto romano, e senza bisogno della razionalità cartesiana che tanto piace a Torino. La soluzione, dunque, bisogna cercarla qui, leggendo bene il dinamismo della città laboratorio, dove tante volte nella storia si sono giocati i destini dell’Italia.

 

“Milano oggi ha tre anime. Una più tradizionale, alla Carlo Porta per intenderci; una internazionale e innovativa quella dei tanti giovani che vivono tra i Navigli e il Tamigi, sono loro i successori potenziali dei Verri e dei Beccaria; una multietnica: gli immigrati che producono già tra il 15 e il 18 per cento del pil”, spiega Francesco Micheli, finanziere, uomo di cultura, membro del consiglio della Scala, il vero salotto meneghino, e testimone delle metamorfosi di questa metropoli proteica come il capitalismo.

 

I nuovi grattacieli sono i totem del cosmopolitismo nel quale la borghesia  ambrosiana ama rispecchiarsi. Porta Nuova, tra la stazione Centrale e Porta Garibaldi, è l’operazione più bella e completa. C’è poi Citylife nella vecchia Fiera con le tre torri delle archistar Daniel Libeskind, Zaha Hadid e Arata Isozaki, ancora in costruzione; ci sono la Bovisa e il centro direzionale nella ex Carlo Erba. La società postindustriale ha trovato il suo skyline. E quando si riesce a vederlo rischiarato dal“bel cielo di Lombardia” sembra di toccare il futuro, proprio come ai tempi del Pirellone. Il palazzo di Giò Ponti segnò l’apice del miracolo economico e nello stesso tempo il suo tramonto: ebbene, anche adesso siamo davanti a un passaggio di testimone.

 

Per quasi un secolo hanno comandato gli industriali, i Pirelli, i Feltrinelli, i Valerio, i Moratti, quelli sorti a cavallo della Belle Epoque e tutti gli altri per i quali l’età dell’oro ha coinciso con la ricostruzione nel secondo Dopoguerra. Poi sono arrivati i re di denari, banchieri e finanzieri, i Mattioli, i Cuccia e i loro figliocci, fino agli yuppies degli anni 80 che hanno sostenuto il boom della moda e aperto il ciclo di Armani, Prada, Trussardi, Dolce & Gabbana. Glamour e pubblicità, pane e companatico per l’editoria rinata dopo la scomparsa dei Rizzoli e dei Mondadori, e per la tv commerciale di Silvio Berlusconi. Finché non hanno preso il potere gli immobiliaristi variante milanese dei palazzinari romani. Secondo Giuseppe Berta, professore di Storia economica alla Bocconi, che ha dedicato un libro ai cambiamenti avvenuti nel vecchio triangolo industriale (“La via del Nord”, il Mulino) “la differenza tra la Milano capitale del miracolo economico e quella di fine secolo sta nell’egemonia della ricchezza generata e strutturata intorno all’attività immobiliare. L’edilizia diventa il fulcro vero della mobilitazione economica tra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila”.

 

Il dominus in questa Milano cementizia è stato Salvatore Ligresti: nel momento di massima potenza, l’80 per cento delle costruzioni faceva capo alle sue numerose imprese. La rovinosa caduta ha coinvolto Mediobanca che fin dai tempi di Enrico Cuccia lo aveva sostenuto in cambio di molteplici favori: presso il signor 5 per cento venivano parcheggiati pacchetti azionari strategici, intanto l’ingegnere di Paternò (Catania) curava i rapporti con la politica, con Bettino Craxi, con Silvio Berlusconi, con la destra meneghina (la famiglia La Russa in particolare).

 

Sulla sua scia si sono lanciati grandi e piccoli seguaci: Luigi Zunino, Giuseppe Statuto, Danilo Coppola, Stefano Ricucci che nel 2005 cercò addirittura di scalare il Corriere della Sera, un peccato di lesa maestà pagato a caro prezzo. Tutti lavoravano con pochi soldi, finanziati dalle banche che sono rimaste impigliate nella rete dei debiti e hanno girato il rubinetto. A quel punto, sono calati i “fondi cavalletta” e sono spuntati gli sceicchi.

 

Il fondo sovrano del Qatar (l’emirato di al Jazeera e dei Mondiali di calcio a Natale) era entrato già nel 2013 e a marzo di quest’anno ha preso il controllo dell’intera area di Porta Nuova: il grattacielo più alto d’Italia, quello dell’Unicredit, con il puntale disegnato da Cesar Pelli e la piazza Gae Aulenti, tra il modaiolo corso Como e il quartiere Isola gentrificato; il Bosco verticale progettato da Stefano Boeri, il Diamante di Lee Polisano che di notte cambia colore. In tutto, 25 edifici, di cui 8 torri, 380 unità abitative, un parco di 90 mila metri quadrati, per un valore stimato in due miliardi di euro. L’operazione è stata celebrata come l’arrivo dei capitali internazionali, un segnale di fiducia in Milano, anzi nell’Italia intera. “Investimenti? – dubita Micheli – Per ora si tratta di una vendita pura e semplice”. Secondo indiscrezioni, il Qatar ha speso mezzo miliardo e forse scoprirà di non aver fatto un grande affare. Oggi ci sono centomila metri quadrati sfitti a diecimila euro al metro quadro. Era di questo che aveva bisogno la città?

 

Chicco Testa è più ottimista: “Gli effetti si vedranno nei prossimi anni, in fondo piazza Gae Aulenti è appena completata”. Secondo Massimo Ferlini, già presidente della Compagnia delle Opere, chiamata il braccio economico di Comunione e Liberazione, anche in questo modo “Milano ha ritrovato il proprio orgoglio, la voglia di riprendere il ruolo di città innovatrice. Il problema, semmai è che manca il catalizzatore”; un problema per la politica, per l’economia, per la società.

 

Giovanni Bazoli ha fatto da collante alla Milano cattolico-progressista, sotto l’ala protettrice del gran gesuita, il cardinale Carlo Maria Martini. Salvatore della Rizzoli-Corriere della Sera, l’avvocato bresciano lanciato da Nino Andreatta ha sfidato il mondo laico-massonico che aveva in Cuccia il maggior rappresentante. Oggi l’ottantenne Bazoli, l’“arzillo vecchietto” secondo lo sfottò di Diego Della Valle, esercita ancora la sua moral suasion e il potere di veto, ma ha perso la spinta propulsiva, anche in politica. Lontani sono i fasti del lancio di Romano Prodi contro Berlusconi. E la sconfitta di Umberto Ambrosoli contro Roberto Maroni alla regione è stata un segno di appannamento se non di declino.

 

Resta in palla Giuseppe Guzzetti, ex politico democristiano, presidente della Cariplo, artefice di Banca Intesa e suo azionista di riferimento. Ancor oggi la Fondazione cassa di risparmio delle province lombarde è la mucca che dà il latte alla città, a cominciare dalle sue iniziative culturali. Ma lo schiaffo subìto per mano di Renzi alla Cassa depositi e prestiti, dove il capo del governo ha defenestrato Franco Bassanini per scegliere un nuovo presidente, nomina che spetta alle Fondazioni guidate da Guzzetti, è il segno di un ribaltamento in corso.

 

Le stesse grandi banche, Unicredit e Intesa, dall’alto delle nuove torri guardano altrove e vanno perdendo la loro milanesità. “Attenti, però, a dire che lasciano il vuoto – avverte Chicco Testa – In questi anni è tutto un fiorire di fondi e boutique finanziarie piccole, ma ricche ed efficienti. E questa finanza diffusa fa la spola con la City”. Il nuovo c’è e si vede, d’accordo, eppure non s’è ancora sostituito al vecchio in ritirata. Il potere del Corriere della Sera resiste, tuttavia oggi sembra Fort Alamo. Comunione e Liberazione ha una base solida: la sussidiarietà, l’alleanza pubblico-privato hanno segnato il modello milanese e lombardo, a cominciare da uno dei suoi punti alti, la sanità. Ma la scelta di appartarsi dall’agone fa mancare un punto di riferimento politico, nonostante all’arcivescovado sieda uno dei suoi promotori, il cardinale Angelo Scola.

 

Expo che per Letizia Moratti doveva battezzare la rinascita milanese, lascia uno strascico di corruzione (il malaffare era arrivato fin sotto la sedia del prefetto Serra) e l’immagine di una grande incompiuta. Tutti si chiedono se è vero che verranno i venti milioni di visitatori previsti. Finora è stato un pieno di scolaresche e un andirivieni dall’hinterland, di stranieri non se ne vedono molti. Che succederà ora che le scuole sono chiuse? Milano non è certo un’attrazione per il turismo estivo. Così, tra tassisti malmostosi (anche dopo la loro vittoria su Uber) e albergatori perplessi, si cominciano a sentire i primi mugugni.

 

Ben più ottimista è Gianfelice Rocca che guida Techint, uno dei principali gruppi rimasti nella grande industria. Dalla presidenza dell’Assolombarda ha puntato molto sull’Expo e punta ancor di più sul dopo Expo. L’idea è costruire nell’area di Rho un grande polo dell’istruzione e della ricerca spostando soprattutto la Statale dall’attuale Città studi. Attorno alla coppia università-medicina dovrebbe nascere la nuova Milano e l’egemonia passerebbe a questo punto dal capitale immobiliare al capitale umano. Un po’ come è accaduto a Londra con il King’s College, oggi centro d’eccellenza che ha trasformato la metropoli inglese in una calamita mondiale: nelle classifiche ormai insidia le stagionate Oxford e Cambridge e s’avvicina alla sempreverde Harvard. Finanza, grattacieli, istruzione: Milano vuol seguire lo stesso percorso. Ci sono le risorse? Secondo Pier Luigi Caffese, consulente energetico che sta conducendo una sua campagna di controinformazione sul web e sui media, la “Città della scienza” costerebbe 7 miliardi. “Lo stato che ne ha già investiti 15 in Expo dovrebbe esporsi di nuovo. E’ realistico?”.

 

La giunta Pisapia ci scommette, ne è convinta Lucia De Cesaris assessore al Bilancio, chiamata Crudelia dalle vittime dei suoi tagli, e ha come alleato il rettore della Statale, Gianluca Vago il quale vuole cambiamenti “senza rottamazione”. Il suo modello è il partenariato pubblico-privato come al Karolinska di Stoccolma, tra i primi al mondo nella medicina. Vago è un noto patologo e potrebbe curare anche le patologie della città: una formula che piace a chi vuol andare oltre la variegata coalizione della sinistra salottiera.

 

[**Video_box_2**]“Pisapia è un avvocato e da buon avvocato ha rinviato”, dice Micheli. Ha gestito scelte compiute prima di lui, lo ha fatto con precisione e onestà, è stato “un amministratore di condominio coscienzioso, ma la città ha bisogno di molto di più”. Il suo libro-testamento pubblicato dalla Rizzoli s’intitola “Milano città aperta”, progetto tanto buonista quanto generico. Anche l’addio annunciato a marzo s’è trasformato in messaggio negativo, una resa se non una fuga.

 

Chi c’è dopo di lui? Dei tanti candidati in pectore nessuno sembra oggi vincente. Corrado Passera s’è fatto avanti, ma secondo i sondaggi che circolano sconta l’impopolarità dei banchieri (persino superiore a quella dei politici) e un errore di timing. E’ vero che la destra si è sgretolata, però non c’è quell’autostrada vuota che lui immaginava. Berlusconi non è più egemone, tuttavia occupa ancora una posizione importante soprattutto a Milano. Maurizio Lupi è rimasto spiazzato dalla conversione a U che don Julián Carrón ha imposto a Cl. E lo stesso Matteo Salvini, tribuno efficace e mediatico, viene dal passato. L’industrialotto della Brianza in questi anni se li è fatti tutti: Miglio, Bossi, Formentini, Maroni. Mentre “la crisi ha messo fine alla questione settentrionale”, spiega Berta. Il nord si ritrova in difficoltà come tutto il resto del paese. La bandiera del federalismo viene ammainata e la Lega deve trovare altri cavalli di battaglia. Salvini comincia a parlare come Marine Le Pen, contro la globalizzazione, contro l’Europa e soprattutto contro gli immigrati. Temi che fanno presa ovunque, ma scoloriscono la bandiera del Carroccio.

 

I Cinque stelle sembrano più freschi, anche se non hanno figure milanesi di primo piano, a parte Roberto Casaleggio e il figlio Davide. Il mondo bazoliano pensa ancora a Ferruccio de Bortoli, l’ex direttore del Corriere molto apprezzato dalla “Milano per bene”, che ha lasciato il giornale definendo Renzi “maleducato di talento”. Poi c’è la pattuglia di magistrati sempre pronti a farsi politici nel vuoto della politica di professione: Livia Pomodoro, pugliese di Molfetta, fino al febbraio scorso presidente del tribunale di Milano; Lucia Castellano, napoletana, ex direttrice di carceri da Marassi a Secondigliano fino a Bollate, capogruppo Patto civico alla regione; mentre l’ex prefetto Achille Serra riparte dalle periferie come consulente (gratuito) del sindaco a Pioltello. Dagli atenei, oltre a Vago è in pista anche Giovanni Azzone, rettore del Politecnico: sarebbero loro i sindaci del progetto capitale umano. Tra gli industriali scalda i motori il costruttore Claudio De Albertis che ha risanato la Triennale. La stessa De Cesaris sta prendendo un passo da primo cittadino. 

 

In teoria sarebbe il Pd a dare le carte, ma sconta la sua debolezza. “Per molto tempo la sinistra è apparsa alla maggior parte dei milanesi come una forza ostile alla trasformazione”, dice Berta. Quando è entrata in crisi l’amministrazione Moratti, il Pd si è trovato impreparato e non è stato in grado di mettere un suo sindaco a Palazzo Marino (Pisapia infatti fa parte di Sel). “Un partito sempre più romanocentrico aveva lasciato nel capoluogo lombardo degli amministratori segnaposto – sostiene Pierluigi Magnaschi direttore di Class editori – Gente sicuramente fidata, ma priva di carisma e, per di più, completamente scollata da una metropoli postfordista che, da sola, si è insediata in un contesto produttivo e culturale da quaternario avanzato”.

 

Oggi la Milano di sinistra appare a-renziana se non proprio anti, nonostante il segretario lombardo, Alessandro Alfieri, e quello cittadino, Pietro Bussolati, facciano parte della maggioranza Pd. Nessuno di loro finora si è distinto come federatore di processi politici nuovi. “Ripuliamo la città”, la orgogliosa reazione ai devastatori del Primo maggio, può essere l’inizio di una ripartenza, una versione più ampia e trasversale della coalizione arcobaleno? In molti ci credono. E i milanesi? Lo abbiamo chiesto ai sondaggisti, ma non lo sanno nemmeno loro. Così, chi scandaglia gli umori dell’elettorato, preferisce cavarsela con rimandi scolastici: ai posteri l’ardua sentenza. (2. continua)

 


Qui la prima puntata della serie è stata pubblicata il 9 giugno scorso.

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