Trattare con Uber, all’americana

Negli States la Pa non si crede onnipotente e studia il mercato
Trattare con Uber, all’americana

Imprenditori della sharing economy, lobbisti potenti o quasi onnipotenti in un anno preelettorale, accademici e guru di varia estrazione e pensiero. Tutti a confronto nell’arena del Convention Center di Washington dove martedì sera si sono sfidati, davanti agli “arbitri” della Federal Trade Commission, i “nuovi” campioni del digitale, da Uber a Airbnb, contro gli esponenti della “vecchia economia”, dalle associazioni alberghiere alle compagnie degli yellow cab. Un duello epico, in vista del giudizio delle Authority americane, destinato a incidere anche dalle nostri parti. Del resto, il caso ha voluto che il duello all’ombra di Capitol Hill coincidesse con lo stop di ieri del servizio di UberPop in Italia, in ossequio all’ordinanza cautelare del Tribunale di Milano. Negli Stati Uniti, come in Italia, la decisione non si annuncia facile: da una parte una nuova dose di flessibilità nell’economia più elastica dell’occidente, ma anche una nuova iniezione di incertezza nel mercato. Ovvero una benedizione dell’ultima sfida degli animal spirits del capitalismo contro la richiesta di sicurezza. Come andrà a finire? Liran Einav, dell’Università di Stanford, ha suggerito di prendere tempo: “Sarebbe un grosso errore anteporre le regole alle scelte del mercato. Meglio attendere gli sviluppi del fenomeno, per poi intervenire”. Ma la scelta del wait and see non piace alle lobby di hotel e trasporto pubblico che hanno sollevato argomenti simili a quelli delle corporazioni nostrane, tra appelli alla scure fiscale e alla necessità di rispettare patenti e licenze.

 

La novità è che i campioni della sharing economy, dopo la stagione del muro contro muro, si sentono ormai abbastanza forti per proporre una mediazione: e così a Washington è arrivata da parte di David Hantman, numero uno di Airbnb, e di Ashwini Chhabra, responsabile dello sviluppo di Uber, una proposta articolata di compromesso. In sintesi, sì a un sistema di autodisciplina, hanno detto in coro, che consenta i controlli sulla sicurezza (e del fisco) ma si prenda pure atto che “la tecnologia, se affrontata di petto, avrà sempre la meglio”. Sono le stesse tesi delle filiali italiane di questi disruptor che piacciono ai consumatori. La vera differenza è l’esistenza, in America, di una Pubblica amministrazione pronta a comprendere, a dialogare e a non credersi onnisciente e onnipotente di fronte a fenomeni così cangianti.

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