Perché stavolta nemmeno Marchionne salva la produzione industriale

Boom dell’automobile e sboom di tutto il resto. Non occorreva un economista con cattedra a Harvard per capire quale sarebbe stata la parabola della produzione industriale italiana. Stavolta Sergio Marchionne non basta a salvare il segno più.
Perché stavolta nemmeno Marchionne salva la produzione industriale

Matteo Renzi e Sergio Marchionne (foto LaPresse)

Boom dell’automobile e sboom di tutto il resto. Non occorreva un economista con cattedra a Harvard per capire quale sarebbe stata la parabola della produzione industriale italiana. Stavolta Sergio Marchionne non basta a salvare il segno più. I numeri Istat di aprile confermano quello che era apparso evidente in febbraio e nei dati finali del primo trimestre: l’auto trascina tutto il convoglio Italia (la produzione a gennaio-aprile 2015 su gennaio-aprile 2014 segna un più 41 per cento, il progresso rispetto all’aprile 2014 è più 55,9) ma il sistema industriale appare imballato e incapace di scattare verso la ripresa. Risultato in aprile: meno 0,3 per cento rispetto a marzo e tanti saluti. C’è un solo aumento nel settore dei beni strumentali (più 3 per cento); mentre sono in territorio negativo i beni intermedi (meno 1,7), i beni di consumo (meno 1,2) e l’energia (meno 0,1). Non sono numeri di un’economia che ha un guizzo e riparte, ma di un pachiderma che cammina lentamente, consuma troppo e rischia di arrivare al traguardo senza benzina. Matteo Renzi vede il bicchiere mezzo pieno perché guarda soltanto i dati delle assunzioni forniti da Inps e commenta: “E’ in corso un inizio di ripresa che giudichiamo molto importante ma la strada e ancora molto lunga”. Bene, “l’inizio di ripresa” avviene in questo scenario irripetibile: pax finanziaria, borse ai massimi, costo del petrolio ai minimi e liquidità straordinaria sparata dal bazooka della Banca centrale europea di Mario Draghi.

 

Probabilmente il secondo semestre sarà migliore (a livello globale), ma l’Italia fa numeri piccoli e il futuro in ogni caso si complicherà. Se prima o poi la Fed dovesse alzare i tassi, il nostro conto per interessi sul debito potrebbe lievitare rispetto alle previsioni (anche oggi il Bund ha superato il tetto di rendimento dell’uno per cento), la flessibilità in uscita costerà 8,5 miliardi (Boeri dixit), la Corte costituzionale incombe su vari dossier salati come un ristorante stellato e la pressione fiscale resta là, inesorabilmente inchiodata alle tabelle mortifere del Def. Commenti da Palazzo Chigi sul dato della produzione industriale? Zero. Lo scrissi un anno fa sul Foglio e continuo a pensarlo: l’esecutivo Renzi ha un serio problema di percezione della realtà, di agenda e di politica economica. C’è molto storytelling, poca sostanza, zero innovazione sul piano degli strumenti fiscali. Tutta la gazzosa startappara del governo si è risolta nella nomina di un Digital Champion. Very bello. E poi? Con tutto il rispetto, chissenefrega della narrazione se poi non ci sono i capitali da investire per la ricerca tecnologica e lo sviluppo di nuove aziende. Claudio Cerasa qualche giorno fa spiegava come a Palazzo Chigi si siano persi il treno delle nuove imprese hi-tech che è legato a doppio filo al popolo delle partite Iva, gente che in piena solitudine inventa e poi ha bisogno di crescere e diventare impresa. Difficile farlo se ti pelano appena alzi la testa.

 

[**Video_box_2**]Marco Valerio Lo Prete dava la cifra del nada de nada y nada de nada de nada che aleggia in quel mondo: “43 milioni di euro di investimenti in start up nel 2014 a fronte degli 81 milioni del 2013, e poi dei 135 milioni nel 2012, degli 82 nel 2011”. Sono i numeri della terza potenza economica europea. Nada. E con questo nulla ciclopico davanti vorremmo cambiare verso? Quelle imprese andrebbero messe in una riserva protetta, salvate dalla mietitrebbia fiscale. Odio la letteratura declinista, mi fanno orrore quelli del “tanto peggio tanto meglio”, ma ho bene in mente un motto di Winston Churchill: “Un pessimista è un ottimista bene informato”.

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