Sulla bad bank sarà meglio avere rimorsi che rimpianti

C’è un fallimento del mercato sul fronte delle cartolarizzazioni, ergo non è un dramma un intervento pubblico sui crediti dubbi
Sulla bad bank sarà meglio avere rimorsi che rimpianti

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Sull’economia italiana sono tornati finalmente ad affacciarsi segnali di ripresa. Per consolidare la crescita è però fondamentale che anche il credito possa ripartire. Nonostante l’ondata di liquidità immessa dalla Banca centrale europea, i finanziamenti alle imprese sono ancora in flessione, seppur meno marcata rispetto ai mesi precedenti. A bloccare il canale bancario, determinando il credit crunch, è soprattutto l’ingente peso dei crediti dubbi. Nel complesso questi ammontano a circa 350 miliardi di euro, di cui 190 con forme patologiche più gravi (sofferenze). Un fardello così pesante (un quinto del pil) necessita di interventi mirati e urgenti.

 

La questione principale consiste nel far ripartire il mercato delle cartolarizzazioni, ovvero di facilitare la cessione di questi crediti sul mercato da parte delle banche. Nel biennio 2013-’14 sono stati ceduti crediti in sofferenza per appena 7 miliardi di euro, meno del 4 per cento del totale. Oltretutto, le cessioni hanno riguardato prevalentemente le banche maggiori, le uniche con le spalle abbastanza grandi per trattare direttamente con gli investitori istituzionali specializzati. Ciò che blocca il mercato delle cartolarizzazioni è essenzialmente la distanza tra il prezzo di vendita e di acquisto dei crediti dubbi. I compratori non sono disposti ad andare oltre il 10/15 per cento del valore nominale, data anche l’elevata asimmetria informativa, mentre le banche valutano queste poste mediamente al 40 per cento.

 

Come fare, quindi, per ridurre questa distanza? Una prima strada è quella di accelerare le procedure giudiziarie per il recupero dei crediti. Migliorando il funzionamento della giustizia civile, i compratori sarebbero più invogliati ad acquistare questi titoli offrendo un prezzo più alto. Difficile però che su questo fronte si riescano a ottenere risultati apprezzabili in tempi celeri. Un altro intervento è quello della revisione della normativa fiscale sul trattamento delle svalutazioni su crediti. Le regole attuali prevedono la loro deduzione nell’arco di 5 anni. Ciò determina un disincentivo per le banche ad accantonare maggiori risorse a fronte di un credito dubbio. Rimuovendo questo ostacolo, il prezzo domandato tenderebbe a scendere, ma anche in questo caso non abbastanza rapidamente. La strada maestra per ridurre la distanza tra domanda e offerta dovrebbe essere la costituzione della tanto discussa bad bank, come già in passato ho auspicato su queste colonne. Andrebbe, in altri termini, creato un veicolo finanziario per acquistare dalle banche, a un prezzo equo, i crediti dubbi. Posto che ci troviamo in un contesto di fallimento del mercato, per avviare la bad bank è necessario un supporto pubblico, ma è proprio su questo punto che sorgono i problemi. Da un lato, il legislatore ha perso tantissimo tempo nell’attuare questo intervento e nel frattempo le normative europee sugli aiuti di stato sono diventate molto più stringenti. Dall’altro, sono tornate a farsi sentire le voci che vedono nella bad bank un supporto, più o meno mascherato, agli azionisti bancari.

 

[**Video_box_2**]In realtà, se ben congegnata, la bad bank più che un aiuto alle banche si potrebbe configurare in un aiuto all’economia reale. Gestendo in modo professionale i crediti in sofferenza, per lo più verso aziende di medio-grandi dimensioni, si potrebbe puntare a riportare le imprese in bonis, ristrutturando il loro debito o facilitando fusioni che le rendano più competitive. Nel medio-lungo termine l’investimento nella bad bank potrebbe rilevarsi molto fruttuoso. Il suo operare permetterebbe di liberare spazi nei bilanci delle banche, che di conseguenza potrebbero tornare a offrire credito. Il Fondo monetario internazionale ha stimato che una pulizia radicale dei bilanci libererebbe capitali potenzialmente in grado di sostenere l’economia per 50 miliardi di euro. Si genererebbero esternalità positive di cui beneficerebbero famiglie e imprese. L’esperienza di altri paesi che hanno adottato bad bank di sistema è confortante al riguardo. Ora che anche il sistema bancario ha sviluppato la consapevolezza dell’esigenza della bad bank, dopo averla osteggiata a lungo; è importante non perdere pure questa occasione. Parafrasando Fabrizio De Andrè, è meglio morire con i rimorsi per gli sbagli fatti piuttosto che con il rimpianto per le cose non fatte.

 

Carlo Milani è analista del Centro Europa ricerche (Cer)
 

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