Jobs Act, eppur funziona

La disoccupazione è lo spettro che angoscia 87 italiani su cento. Lo dice il Censis nell’indagine presentata ieri, proprio quando l’Istat diffondeva i dati sull’occupazione. Ad aprile c’è stato un aumento di 159 mila persone (più 0,7 per cento) rispetto al mese precedente: bisogna tornare indietro di sette anni per vedere un incremento simile.
Jobs Act, eppur funziona

foto LaPresse

Roma. La disoccupazione è lo spettro che angoscia 87 italiani su cento. Lo dice il Censis nell’indagine presentata ieri, proprio quando l’Istat diffondeva i dati sull’occupazione. Ad aprile c’è stato un aumento di 159 mila persone (più 0,7 per cento) rispetto al mese precedente: bisogna tornare indietro di sette anni per vedere un incremento simile. Sullo stesso mese dell’anno scorso l’aumento è di 261 mila unità. Il tasso di disoccupazione scende al 12,4 per cento. Nell’insieme del primo trimestre il numero di occupati è salito di 133 mila unità, 104 mila a tempo pieno. Aprile è il primo mese in cui ha funzionato il Jobs Act (entrato in vigore a metà marzo). Finora era all’opera solo la decontribuzione e la crescita di posti di lavoro fissi, con mero effetto sostituzione, aveva sollevato critiche. Adesso, la platea si estende a tutte le forme di lavoro e include anche i giovani.

 

Il mercato del lavoro, dunque, si muove, lo ha confermato anche Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis, agenzia del lavoro con 120 filiali in tutta Italia, nel dibattito che il Censis ha organizzato per il primo appuntamento del suo “mese del sociale”, dedicato all’economia italiana “anticiclica”, come l’ha definita nell’introduzione Francesco Maietta. La svolta secondo Rasizza è cominciata in Veneto, dove oggi le aziende cercano figure specializzate, mentre per i lavoratori generici non c’è molta prospettiva. La crisi ha infatti fatto selezione, e molti non sono in grado di tenere il passo dei cambiamenti dei processi produttivi. E’ questa una delle spiegazioni possibili per quel misto di scetticismo (36,4 milioni di italiani non credono alla ripresa) e di rassegnazione “omeostatica” che il Censis ha trovato muovendo i propri sensori e ha restituito con i suoi sondaggi.

 

Il governo ha buon gioco dunque nel rivendicare, a bocce ferme, i risultati della riforma del lavoro. “I dati Istat ci dicono che ad aprile – il primo mese pieno di Jobs Act – abbiamo 159 mila assunti in più. Sono 261 mila in più rispetto ad aprile 2014”, ha rimarcato il presidente del Consiglio Matteo Renzi. “Negli anni della crisi – ha aggiunto – abbiamo perso quasi un milione di posti di lavoro e dunque 159 mila sono ancora pochi. Ma è il segno che il Jobs Act rende più facile assumere”.

 

L’Italia ha insomma superato “la tempesta perfetta” a suo modo galleggiando; e se l’è cavata mettendo in funzione gli ammortizzatori sociali pubblici (dalla cassa integrazione in deroga alle pensioni che continuano a generare un aumento della spesa corrente) e privati (dalla famiglia al sommerso). Questa resilienza ha attutito la crisi, ma sta diventando una zavorra ora che bisogna cavalcare l’onda della ripresa. L’insicurezza sul futuro provoca una chiusura a riccio. Non si spende, non si investe, però aumenta il “cash-to-go”: 1.300 miliardi in contanti giacciono nei depositi bancari, 211 in più accantonati nei sette anni di vacche magre. Dunque, resistere, anche all’ansia da cambiamento provocata dalle riforme.

 

“Noi non abbiamo nessuna intenzione di fermarci”, ha sostenuto Enrico Morando, viceministro dell’Economia, intervenendo al Censis con dichiarazioni che ricalcano il “molto lavoro da fare” sottolineato dal premier su vari aspetti critici. Rimettere in moto il mercato del lavoro è stata la prima mossa del governo Renzi e oggi si vedono i risultati, mentre il Jobs Act incassa anche il plauso dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) che nel suo rapporto previsionale sul 2015 per il nostro paese pubblicato ieri constata che l’introduzione del contratto a tutele crescenti, a fronte di incentivi fiscali per le imprese, ha “il potenziale per migliorare drasticamente il mercato del lavoro”, riducendo “le dualità – ovvero la divisione tra lavoratori di serie A e serie B nel linguaggio renziano – e garantendo sussidi universali alla disoccupazione, aumentando così la condivisione dei rischi e migliorando notevolmente la rete delle garanzie sociali”.

 

“Non lo abbiamo fatto per caso, ma per scelta consapevole in risposta alla crisi – rivendica Morando sul punto sottolineato dall’Ocse – tanto è vero che il lavoro resta la prima preoccupazione degli italiani”. Critiche, ironie, disfattismo, tutto sarà macinato dai risultati nella seconda parte dell’anno, secondo il viceministro. Ammesso che si tratti per lo più di lavoro fisso che sostituisce lavoro precario, questo aumenta la sicurezza e il reddito. Morando non possiede dati riservati o facoltà divinatorie, ma è convinto che il segnale di aprile si rafforzerà.

 

[**Video_box_2**]Le elezioni regionali, con la fine della luna di miele nei confronti del Pd a guida renziana, mostrano che c’è bisogno di una ripartenza, di una fase due, da parte del presidente del Consiglio. Il che significa in buona sostanza indicare le direttrici fondamentali di un recupero nell’azione riformatrice un po’ appannata. Quali sono dunque le priorità che il governo ha in mente di affrontare prossimamente? “Giustizia civile e istruzione”, risponde Morando. Alla prima è collegata anche una revisione delle norme sui fallimenti. Poi ci sono le riforme istituzionali che hanno anch’esse “una importanza per la ripresa economica”. Giuseppe De Rita, presidente del Censis, ha invitato a concentrarsi su poche cose essenziali e vede il pericolo di aprire troppi cantieri senza arrivare a vedere la costruzione finale: attenti al rischio di troppe riforme incompiute. Renzi deve sfruttare l’occasione offerta dalle condizioni favorevoli sui mercati internazionali, dai noti fattori esterni garantiti in primis dalla liquidità della Banca centrale europea e dai tassi straordinariamente bassi, perché non resta molto tempo prima che la bonanza si esaurisca e comunque sarebbe rischioso affidarsi solo e soltanto a fattori esogeni di carattere temporaneo e quindi incerto. Questa strategia di movimento non può però prescindere dalla necessità di ricevere sostegno – se non un aiuto – da parte dell’Unione europea soprattutto quando si parla di regime di aiuti di stato nel contesto della costituenda “bad bank” con garanzie pubbliche della quale si parla ormai da oltre un anno senza essere arrivati a una soluzione definitiva.

 

“Il problema non è battere i pugni, tattica fallimentare nei giochi cooperativi”, dice dunque Morando. E’ però inutile negare che, di fronte all’accelerazione franco-tedesca volta a formare un nocciolo duro nell’area euro, il governo italiano potrà trovarsi in difficoltà.

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