Grexit o no, quanto può costarci

“La Banca centrale europea vuole che la Grecia resti nell’euro”. Non ha aggiunto il famoso “Wathever it takes”, a qualunque costo, di quando annunciò lo scudo antispread, ma mercoledì al termine del direttivo della Bce il presidente Mario Draghi ha fatto la colomba travestita da pompiere.
Grexit o no, quanto può costarci

Il premier greco Alexis Tsipras con Jean-Claude Juncker (foto LaPresse)

Roma. “La Banca centrale europea vuole che la Grecia resti nell’euro”. Non ha aggiunto il famoso “Wathever it takes”, a qualunque costo, di quando annunciò lo scudo antispread, ma mercoledì al termine del direttivo della Bce il presidente Mario Draghi ha fatto la colomba travestita da pompiere: in sostanza benedicendo l’incontro che da lì a poche ore si sarebbe svolto a Bruxelles tra Jean-Claude Junker e Alexis Tsipras. Un colloquio “privato” su invito notturno del presidente della Commissione europea per preparare e ammorbidire il premier greco sottoponendogli le condizioni ultimative dei creditori.

 

Egualmente l’Eurotower non ha imposto nuovi inasprimenti delle garanzie collaterali alle banche elleniche, ormai con rating in piena area spazzatura, alle quali fornisce una liquidità di sopravvivenza di ben 81 miliardi, per evitare una fuga di capitali dagli effetti negativi imponderabili. In sostanza l’àncora di salvezza, secondo i critici, gettata all’occorrenza. Infine Draghi ha accennato a un possibile ritardo e accorpamento delle quattro tranche di 1,54 miliardi di rimborsi che il governo di Syriza deve al Fondo monetario internazionale entro giugno: essendo la materia di competenza del Fmi e vista l’autonomia sempre rivendicata dalla direttrice Christine Lagarde, c’è da credere che tutti questi ramoscelli d’ulivo siano stati concordati il 2 giugno nel summit di Berlino tra Angela Merkel, François Hollande, Draghi, Lagarde e Juncker. Summit dal quale sarebbe uscita la proposta “prendere o lasciare”appunto illustrata mercoledì sera a Tsipras. Le richieste ad Atene sono molteplici, tante quanto le carenze greche, ed è bene metterle in fila per capire l’impegno richiesto.  Si compongono di un avanzo primario (bilancio pubblico al netto degli interessi) dell’uno per cento del pil quest’anno, del due nel 2016, del tre nel 2017, del 3,5 nel 2018. Tsipras, nell’ennesima lettera spedita a Bruxelles, aveva offerto lo 0,8 quest’anno e l’1,5 il prossimo. Percentuali vicine, che su un pil ormai ridotto a 250 miliardi di euro equivalgono a qualche centinaia di milioni. Ma soprattutto da parte dei creditori c’è un taglio che va da due terzi a un terzo rispetto alle condizioni poste al governo conservatore di Antonis Samaras. Poiché l’apparenza conta, specie ad Atene e specie nei confronti del popolo greco, Tsipras ha subito tuìttato che “la proposta del nostro governo porrà fine allo scenario di Grexit e creerà spazio per la ripresa economica”.

 

La seconda parte tutti se la augurano, quanto alla prima il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha invece subito ripreso ad agitare le penne del falco: “Non mi risultano accordi imminenti e penso che nella sostanza non sia cambiato nulla”. Così il premier olandese Mark Rutte dice che “il governo Tsipras deve onorare gli impegni”, mentre il ministro degli Esteri finlandese, Timo Soini, descrive la Grecia come “un buco nero finanziario che non sarà mai in grado di pagare i debiti”. Il fronte dei falchi poi contesta che nessuna istituzione – Bce, Fmi e Commissione – abbia mandato a trattare a nome dei governi; forse l’obiezione più insidiosa. Ma per Hollande siamo “a qualche ora dall’accordo”; e la stessa cancelliera parla di “lavoro a pieno ritmo per rispettare le scadenze”. Insomma: è probabilmente l’ultima spiaggia per evitare il Grexit, la manifestazione della reversibilità dell’euro, ed è anche il massimo che l’Europa può concedere, pur se per i dettagli occorrerà tutto giugno. Però non si sa mai.

 

Così molti in Italia si chiedono se la Banca d’Italia e il governo abbiano messo a punto un “piano B” in caso di uscita e default della Grecia, come risulta abbiano fatto la Bundesbank, la Banca centrale tedesca, e altre istituzioni e governi europei. L’esposizione italiana verso la Grecia non è di poco conto quando si parla di prestiti concessi negli anni per evitare un default incontrollato di Atene. E non è per niente secondario interrogarsi sugli effetti a cascata sulle Borse e sui titoli di stato.

 

Il nostro paese è infatti esposto per 40 miliardi di euro, 20 meno della Germania, appena 6 rispetto alla Francia. Oltre alle quote nella Bce, nel Fmi e nei due fondi europei Efsf e Esm, Roma ha concesso ad Atene due prestiti bilaterali di 10 miliardi complessivi nel 2010-2011, finanziati da Btp a interesse sensibilmente superiore di quanto paga la Grecia, grazie al calmiere europeo. Ma ancora più preoccupante è la stimata onda d’urto sui mercati finanziari e obbligazionari: l’Ocse, che mercoledì ha migliorato le stime di crescita del pil e lodato il Jobs Act (mentre l’Istat comunicava disoccupazione in discesa ad aprile al 12,4 per cento) e la riforma elettorale, parla di “rischio vulnerabilità”, rischio negato dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
In caso di Grexit, JpMorgan e altre banche d’affari prevedono un calo di Piazza Affari del 20 per cento e problemi maggiori per uno spread già risalito intorno a 130 punti, rispetto alla media di 100 che il Tesoro ha indicato nel Documento di economia e finanza. Il rendimento dei decennali è volato oltre i due punti, solo in parte in seguito a un po’ di benefico ritorno d’inflazione: per ora l’aggravio per le casse pubbliche è di 700 milioni.

 

[**Video_box_2**]Ma c’è anche chi si domanda se la questione non meriti una speciale attenzione politica da parte del presidente del Consiglio Matteo Renzi: al premier infatti non dovrebbe essere difficile indicare quali sarebbero le conseguenze di una sinistra creativa tipo Syriza in Grecia o Podemos in Spagna (le elezioni spagnole sono in autunno), che i suoi avversari nella minoranza scissionista del Pd e dintorni – chiamiamola pure la coalizione “Perdemos” – vorrebbero importare in Italia con entusiasmo un po’ ingenuo. Dopo il trionfo alle europee Renzi si era vantato di rappresentare l’argine riformista europeo al populismo. Le cose sono andate ben peggio alle regionali, ma come si vede quell’argine rimane strategico, e così la rottamazione dei populismi prêt-à-porter.

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