Cosa deve esserci nel patto Renzi-Merkel per battere i populismi

La crisi europea è una crisi politica più che economica. E si potrebbe aggiungere che anche nei suoi aspetti economici è originata da problemi politici.
Cosa deve esserci nel patto Renzi-Merkel per battere i populismi

Angela Merkel con Matteo Renzi (foto LaPresse)

Al direttore - Ha ragione Marta Dassù: la crisi europea è una crisi politica più che economica. E si potrebbe aggiungere che anche nei suoi aspetti economici è originata da problemi politici: se è vero, come è vero, che la tenace persistenza, almeno degli effetti in termini di stagnazione e disoccupazione, della più grave recessione dalla Seconda Guerra mondiale, è in gran parte conseguenza della lentezza e debolezza della risposta politica alla crisi economica. E’ dunque lì, è sul piano politico-istituzionale, che è necessario indagare e intervenire.

 

Il problema politico, strutturale per non dire costitutivo, dell’Unione europea, si chiama sovranità. Ogni Stato membro, aderendo all’Unione, “consente – come recita l’articolo 11 della nostra Costituzione – in condizioni di parità con gli altri Stati, limitazioni di sovranità”, che si vanno facendo sempre più significative e penetranti. Per i paesi che hanno l’euro come moneta comune, la limitazione della sovranità nazionale ha compreso uno dei simboli dello Stato moderno, il potere di battere moneta, con tutto ciò che questo comporta, in termini appunto simbolici, ma anche in termini di concretissima possibilità di manovra economica.

 

Il problema è che gli Stati europei sono anche e soprattutto Stati democratici, nei quali (stavolta la citazione obbligata è l’articolo 1 della nostra Carta), “la sovranità appartiene al popolo”. Limitare la sovranità statale, per come funziona oggi la democrazia, significa dunque limitare la sovranità democratica. Fino a un certo punto, questo non è un problema. Sempre il nostro articolo 1 stabilisce solennemente che il popolo, la sovranità che gli appartiene, “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E tra questi limiti ci sono anche quelli previsti dall’articolo 11. Ma oltre un certo punto, difficile da definire a priori, quando la sovranità dello Stato nazionale comincia a deperire in modo significativo, il rischio è che deperisca la democrazia e allora il problema comincia a farsi molto serio. O la sovranità democratica si sposta ad un livello superiore, per così dire “sovrastatuale”, dando vita a quelle che Sergio Fabbrini definisce “compound democracies”, democrazie complesse, post e oltre-statuali, sul modello della grande democrazia americana, una Unione di 50 Stati, che però esprime un “government”, condiviso tra presidente e congresso; o la devoluzione della sovranità finisce per provocare una crisi di rigetto, non importa poi tanto se in forme populiste o nazionaliste, che può assumere dimensioni incontrollabili.

 

Il fatto che si parli di Grexit e Brexit, ovvero di uscita dall’Unione delle due culle della democrazia, la Grecia e la Gran Bretagna, ha un’evidente e clamoroso, diciamo pure devastante, significato simbolico. Può dirsi ancora democratica un’Europa mutilata dell’Acropoli e di Westminster? E’ evidente che no. Ed è forse questo il significato non effimero del doppio voto anti-europeo di domenica scorsa: nella versione di destra, che ha visto protagonisti i nazionalisti polacchi, e in quella di sinistra, messa in campo dagli “indignati” spagnoli. Non si tratta solo della difesa di totem e tabù democratici: il principio del “No taxation without representation” non è solo una conquista di civiltà, è anche l’unico modo efficace di fare politica economica. Aver stressato, se non spezzato, questo legame è una delle non ultime ragioni della stessa, mediocre performance dell’Unione europea dinanzi alla crisi, rispetto alla assai più convincente prestazione della democrazia americana.

 

Dunque, dalla crisi europea non si uscirà senza un rilancio, in grande stile, del progetto dell’Unione politica: un progetto basato sul principio per il quale alla limitazione della sovranità nazionale degli Stati deve corrispondere l’espansione di una nuova sovranità sovrastatuale, democraticamente legittimata. Non si parte da zero, in questa impresa: negli anni della crisi, la sovranità sovrastatuale è cresciuta, basti pensare al ruolo che ha saputo conquistarsi la Bce, o anche al peso (almeno parzialmente) ritrovato della Commissione con Juncker, non a caso politicamente legittimato dal voto popolare e sostenitore di un omonimo piano di investimenti che potrebbe rappresentare un embrione di braccio keynesiano anticiclico a base federale. E tuttavia, tutto è ancora, “too little, too late”: la doppia crisi greca e inglese e il doppio voto di domenica ci dicono che serve, in tempi rapidi, un vero salto di qualità. L’esperienza del passato remoto della vicenda europea, come quella degli avvenimenti più recenti, ci dice che il nocciolo duro di questa operazione non può che essere quello che si sviluppa lungo l’asse del Brennero, tra la Germania e l’Italia, i due paesi storicamente federalisti, oggi capifila rispettivamente dei nordici e dei mediterranei. Poi, naturalmente, serve molto altro: a cominciare dalla concreta disponibilità a dar vita ad un’Europa a cerchi concentrici, con un’Unione politica su base volontaria, alla quale aderisca solo chi si sente pronto a mettere in comune non solo la moneta, ma anche il fisco e il welfare, la spada e la feluca.

 

Il documento del governo Renzi, anticipato dal Foglio, è un tentativo robusto di rilanciare su basi nuove il progetto dell’Europa politica e democratica. Se la sfida sarà raccolta da Angela Merkel e dagli altri leader europei, l’Unione potrà scongiurare, ancora una volta, le previsioni infauste sulla sua stessa tenuta e restare tra i protagonisti del mondo di domani. Ma la casa brucia e il tempo dei rinvii è davvero finito.

 

Giorgio Tonini è vicepresidente dei senatori Pd

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