Leggere Mandeville a Pechino

Perché la Cina snobba Piketty e riabilita il lusso per rilanciare i consumi

Il Partito comunista cinese, quando ha l’urgenza di rimettere in carreggiata l’economia del paese, preferisce oggi ispirarsi a qualche vecchio classico liberale, come Bernard de Mandeville, lasciando invece i ponderosi scritti di Thomas Piketty & affini a prendere altra polvere sugli scaffali.
Perché la Cina snobba Piketty e riabilita il lusso per rilanciare i consumi

Il presidente cinese Xi Jinping (foto LaPresse)

Roma. Il Partito comunista cinese, quando ha l’urgenza di rimettere in carreggiata l’economia del paese, preferisce oggi ispirarsi a qualche vecchio classico liberale, come Bernard de Mandeville, lasciando invece i ponderosi scritti di Thomas Piketty & affini a prendere altra polvere sugli scaffali. E’ con questa bibliografia immaginaria che si può spiegare la scelta di Pechino, annunciata pochi giorni fa e subito in vigore dall’inizio della prossima settimana, di tagliare drasticamente i dazi sui beni di lusso per rilanciare i consumi della classe affluente e puntellare la crescita. Anche a costo di temperare gli eccessi di una campagna pubblica anti corruzione che durava oramai dalla fine del 2012, fra arresti spettacolari, processi monstre e pene esemplari. Sembra la “Favola delle api” di Mandeville (1670-1733), aggiornata però al XXI secolo. Nel pamphlet del pensatore olandese, che nella sua prima versione anonima destò tanto scandalo, si descriveva infatti un alveare fiorente e ammirato. All’interno del quale i poveri esistevano e non erano pochi, certo, mentre le classi agiate s’intrattenevano in ogni vizio immaginabile. Non sarà stato un bel vedere, ma l’alveare era prospero. La maggioranza delle api, però, infastidita dagli eccessi cui assisteva, invocò l’intervento di Giove; il dio scese in campo e dall’oggi al domani rese tutte le api virtuose. Risultato: dopo qualche tempo, addio commercio, addio iniziative produttive, addio arte, manifattura e tutto il resto. L’alveare nel complesso s’indebolì, venne attaccato dall’esterno e cominciò a spopolarsi dall’interno. Finché le api sopravvissute decisero di nascondersi nel tronco di un albero. Virtuose, sì, ma ormai regredite allo stato primitivo. La leadership di Pechino, rilegittimando oggi il lusso e i vizi a esso connessi, vuole incentivare la parabola opposta.   

 

Basta campagne anti corruzione, basta dazi punitivi sul lusso, dice quindi il governo cinese. Dal moralismo comunista al moralismo scozzese, per citare quel filone di pensatori cui tanto deve il liberalismo contemporaneo, da David Hume ad Adam Smith, passando appunto per Mandeville. 

 

Il tutto mentre la “crescente diseguaglianza” è ospite fisso di ogni dibattito economico nel mondo occidentale e non solo, perfino lì dove di “crescente” per anni c’è stato ben poco, come nell’Eurozona. Dal finanziere George Soros alla candidata-a-tutto Hillary Clinton, l’aristocrazia venale, pure negli Stati Uniti, punta spesso il dito verso “those already at the top”, “quelli che sono già in cima”. Ai liberal anglosassoni e ai progressisti continentali piace l’idea che cotanto squilibrio si possa sanare con una imposta patrimoniale capillare, globale e coordinata (in cui lo stesso Piketty crede poco).

 

La leadership di Pechino, che pure vanta continuità formale con Mao Tse Tung e conosce la diseguaglianza in presa diretta, in queste ore dimostra di avere tutt’altra priorità. Il problema con cui si confronta il paese è noto: un tasso di crescita atteso quest’anno al 7 per cento, per quanto possa apparire stellare visto da qui, non tranquillizza la leadership politica cinese e ringalluzzisce i vicini indiani che già sognano un sorpasso anticipato. E tra le tante forme di stimolo all’economia elaborate in queste settimane, dunque, il Partito comunista cinese ha scelto adesso “l’opzione Mandeville”. Da lunedì il dazio doganale sui prodotti cosmetici, per esempio, scenderà dal 5 al 2 per cento, come scrive il Wall Street Journal. E così via per altri prodotti considerati di lusso, come scarpe e borse griffate. “L’obiettivo della riduzione dei dazi – scrive il quotidiano finanziario americano – è incoraggiare i consumatori a spendere di più all’interno del paese. I turisti cinesi che vanno all’estero spesso comprano beni diversi, come assorbenti e borse per evitare le tasse d’importazione o sui consumi che esistono in Cina. I dazi del paese, infatti, possono far sì che i prodotti di lusso costino il 20 per cento di più che all’estero, dicono gli analisti”.

 

[**Video_box_2**]L’obiettivo di Pechino sembra essere quello di tornare almeno un po’ a quell’alveare in cui “il vizio nutriva l’ingegnosità, che, insieme con il tempo e con l’industria, aveva portato le comodità della vita, i suoi reali piaceri, agi e conforti”, come scriveva Mandeville. E tanto meglio pure per gli ultimi, visto che il benessere era “ad una tale altezza che i più poveri vivevano meglio di come vivessero prima i ricchi”. Con 500 milioni di persone uscite dalla povertà dal 1978 a oggi, la Cina per il momento continua a preferire Mandeville a Piketty.

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