I numeri di un’Italia che ha voglia di crescere

Tra mutamenti economici e sociali, i segnali di ripresa ci sono tutti. Compito a casa per le Regionali: mandare a memoria il Rapporto Istat.
I numeri di un’Italia che ha voglia di crescere

Sono circa 23 milioni – un po’ meno di un elettore su due – gli italiani chiamati a votare alle elezioni che si terranno domenica prossima in sette regioni e in oltre mille comuni. Deaglio: «Un’occasione per capire com’è fatto questo Paese, nella prospettiva di una risalita della produzione che sembra finalmente arrivata, ma si manifesta sul territorio con molta irregolarità ed eccessiva lentezza. Per questo motivo, il “Rapporto Annuale 2015” sulla situazione dell’Italia, preparato dall’Istat e presentato dal nuovo presidente Giorgio Alleva mercoledì scorso, riveste un’importanza particolare».

Mario Deaglio, La Stampa 23/5/2015

 

Il volume integrale è lungo 293 pagine. Tutti i dati riferiti agli anni fino al 2014 sono dati effettivi, mentre quelli del 2015 sono previsioni o al massimo stime riguardo il primo trimestre. L’intento del rapporto è fare una «riflessione documentata» sul presente dell’Italia utilizzando dati e analisi per descrivere i «cambiamenti economici e sociali in atto».

Il Post 20/5/2015

 

Questa «riflessione documentata» è condotta con metodi nuovi: si basa sull’esame dei «sistemi urbani giornalieri», ovvero delle reti che si formano grazie agli spostamenti degli italiani per andare e tornare dal loro luogo di lavoro e definiscono, di fatto, un territorio con le sue potenzialità e le sue esigenze. Il che ha consentito, secondo l’Istat, di approntare nuove mappe per leggere il «Paese reale». Deaglio: «Si tratta precisamente di quel “Paese reale” con il quale la politica ha una crescente difficoltà a mettersi in sintonia e di una visione per lo meno complementare, forse sostitutiva, di quella tradizionale, basata su entità geografico-amministrative, come sono le regioni, i comuni e le città metropolitane».

Mario Deaglio, La Stampa 23/5/2015

 

Quest’anno ancor più che nel passato, l’Istat mescola giudizi di valore e giudizi di fatto, con un impianto analitico che ha molte somiglianze con quello del Censis (la centralità del territorio, la forza del localismo, le reti e l’importanza delle “relazioni d’impresa”, ecc.) e con una gran voglia di pensare positivo, in sintonia con il nuovo Zeitgeist. Cingolani: «I rapporti dell’ex presidente Enrico Giovannini erano quelli della crisi dura, parlavano di competitività perduta, di diseguaglianze crescenti, di risorse sprecate a cominciare dal lavoro. L’Istat di Alleva guarda alla ripresa. I segnali ci sono. Per confermare la svolta bisogna aspettare in teoria tre trimestri, magari ne bastano almeno due, ma tanta è la voglia di scacciare l’aria mefitica che s’alza dalla palude».

Stefano Cingolani, Il Foglio 21/05/2015

 

Dal rapporto 2015 l’Italia si rivela economicamente molto più variegata di come viene normalmente presentata. Esiste un «altro Sud» fatto di mille comuni che comprende quasi tutta la Sardegna, il Salento, le coste della Sicilia e della Calabria e 7 milioni di abitanti che può vantare un certo dinamismo e discrete prospettive future; il modello della «città diffusa», presente soprattutto nella pianura lombardo-veneta, ma anche in varie zone del Centro, conta complessivamente 12 milioni di abitanti e 1.500 comuni e sembra contrapporsi, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello dello stile di vita, alle «grandi città del Nord» che vantano 18 milioni di abitanti.

Mario Deaglio, La Stampa 23/5/2015

 

Nel rapporto non ci sono grandi sorprese riguardo la situazione macroeconomica italiana: le cose sono andate male finora, ma ci sono previsioni positive. Lo stesso Istat ha pubblicato poco tempo fa i dati sulla crescita del Pil italiano nel primo trimestre del 2015 (0,3 per cento). Anche il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita positiva dell’Italia per quest’anno dello 0,7 per cento. Queste previsioni sulla crescita sono particolarmente importanti perché sono i primi dati positivi da un bel po’ di tempo: nel 2014 il Pil italiano era diminuito dello 0,4 per cento ed era andato quasi bene, se confrontato con i dati del 2013 (-1,7 per cento) e del 2012 (-2,8 per cento).

Il Post 20/5/2015

 

Per quanto riguarda l’economia globale, l’Istat dice che nel 2014 c’è stata una crescita del 3,4 per cento, in linea con quella del 2013. Risultato raggiunto da un balzo in avanti dei paesi avanzati – che nel 2014 hanno registrato un +1,8 per cento contro il +1,4 per cento del 2013 – e da un lieve rallentamento dei paesi emergenti (4,6 per cento contro il 5,0 per cento del 2013). Le nazioni che usano l’euro come moneta sono cresciute nel 2014 dello 0,9 per cento.

Il Post 20/5/2015

 

Tra le cose che vanno bene nell’economia italiana, per cominciare, ci sono le esportazioni. Sia nel 2014 che nei tre anni precedenti; e dovrebbero andare bene anche nel 2015. Dopo due anni di contrazione, nel 2014 è tornata a crescere l’occupazione. I salari cominciano a muoversi sia pur lentamente e la caduta dei prezzi s’è fermata. Anche i consumi delle famiglie sono cresciuti nel 2014 (nel 2012 e 2013 erano scesi).  Insomma, le premesse ci sono. Cingolani: «Bisognerà vedere se si tratta di ripresa vera o di ripresina, se dura e accelera o se si appiattisce. Molto dipende da che cosa accadrà alla domanda interna. La spinta al rialzo è stata determinata nei mesi scorsi dalla svalutazione dell’euro, dal calo dei tassi di interesse, dal tonfo del prezzo del petrolio, dallo stimolo monetario della Bce (più 0,7 per cento di pil nel prossimo anno) e dalla stessa discesa dei prezzi che ha fatto crescere il potere d’acquisto a parità di reddito percepito. Secondo l’Istat i fattori esogeni tendono a stabilizzarsi (dal greggio ai cambi) e il testimone passa ai fattori endogeni».

Stefano Cingolani, Il Foglio 21/05/2015

 

Nel 2014 l’occupazione, si diceva, è tornata a crescere (+0,8 per cento), dopo che era diminuita nel 2012 e 2013, soprattutto per gli stranieri residenti e le donne. C’è stato un calo del ricorso alla Cassa Integrazione – uno dei principali ammortizzatori sociali in Italia – in particolare per quanto riguarda le imprese con almeno dieci dipendenti. La disoccupazione è aumentata (in media è possibile che aumentino contemporaneamente sia l’occupazione che la disoccupazione) dal 12,1 per cento (2013) al 12,7 per cento (2014), mentre in Europa è scesa. Il recupero di posti di lavoro si è concentrato soprattutto nell’industria, 61.000, l’1,4 per cento in più, a fronte di un’ulteriore erosione nelle costruzioni e, in misura minore, in agricoltura. In questo inizio di 2015 però le cose si sono messe un po’ peggio: l’occupazione è diminuita e la disoccupazione è aumentata, raggiungendo il 13 per cento.

Rosaria Amato, la Repubblica 20/5/2015

 

L’unica forma di occupazione che è cresciuta quasi ininterrottamente dall’inizio della crisi è il lavoro part-time, in particolar modo quello involontario (cioè quello di chi in realtà vorrebbe un lavoro a tempo pieno). Amato: «Tra i gruppi professionali sono diminuiti soprattutto operai e artigiani, e tra le professioni qualificate sono scesi dirigenti, imprenditori e tecnici, mentre sono aumentate le professioni intellettuali e di elevata specializzazione. Nei servizi sono aumentate le attività non qualificate: la crescita dei servizi alle famiglie spiega in buona parte anche l’aumento dell’occupazione femminile».

Rosaria Amato, la Repubblica 20/5/2015

 

I segnali positivi percepiti tra la fine dell’anno scorso e questa prima parte del 2015 si fermano però al Centro-Nord. «Le aree del Mezzogiorno – scrive l’Istat – si caratterizzano per una consolidata condizione di svantaggio legata alle condizioni di salute, alla carenza di servizi , al disagio economico, alle significative disuguaglianze sociali e alla scarsa integrazione degli stranieri residenti». Qualche dato: nel Mezzogiorno il reddito è più basso del 18 per cento rispetto alla media nazionale, nelle aree interne più povere la differenza sale al 30 per cento. Il che si riflette naturalmente nei consumi: le famiglie residenti al Sud spendono poco più del 70 per cento della media nel resto del Paese. Tanto che oltre un quarto della spesa nel Mezzogiorno è per i beni alimentari, di prima necessità: si arriva a quote del 28 per cento contro quote che nel Centro-Nord si fermano al 13 per cento per i livelli più alti. Infine la quota delle persone in cattive condizioni di salute è del 20 per cento al Sud e del 17,7 per cento nel Centro-Nord.

www.istat.it 20/5/2015

 

Ci sono 61 milioni di residenti in Italia: l’8,3 per cento – un po’ più di 5 milioni – sono cittadini stranieri e di questi il 40 per cento vivono nelle città del centro-nord. Il 13 per cento dei matrimoni ha almeno uno dei due sposi straniero. Nella scuola poco meno del 10 per cento degli studenti – circa 800mila – è straniero. La presenza di quelli nati in Italia è aumentata del 12 per cento, superando quelli arrivati in Italia dopo la nascita. La comunità che dice di trovarsi meglio in Italia è quella dei filippini, mentre quella cinese è quella che dice di trovarsi peggio.

Il Post 20/5/2015

 

La crisi non ha modificato il sistema produttivo, che è rimasto caratterizzato dalle piccole imprese. I dati del 2012 dicono che la loro dimensione media è di 3,9 addetti, fra le più basse d’Europa. Quasi metà degli occupati lavorano in imprese con meno di dieci addetti. Di queste, definite microimprese, in Italia ce ne sono 4,2 milioni e circa la metà è composta da un solo individuo. Spesso si tratta di forme di autoimpiego, che quindi generalmente non mirano a creare una grande crescita o produttività e che sono considerate uno dei problemi dell’economia italiana. Le imprese di maggiori dimensioni – quelle con almeno 250 addetti – sono lo 0,1 per cento del totale e occupano poco meno di un quinto di tutti i lavoratori.

Il Post 20/5/2015

 

Mario Deaglio: «Da tutto ciò si può trarre una conclusione: i segnali di ripresa – o meglio di rimbalzo – visibili oggi nell’economia italiana vanno nella direzione giusta ma non serviranno a nulla se non si va incontro a questa realtà frammentata che, in un modo o nell’altro, ha superato la crisi e mostra una vitalità non piccola. A questo dovrebbero pensare le forze politiche che si sfideranno domenica prossima in sette regioni e oltre mille comuni d’Italia».

Mario Deaglio, La Stampa 23/5/2015

 

A cura di Francesco Billi

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