Ricognizione globale per capire quante porte apre l’austerità

Far dimagrire lo stato per vincere le elezioni o giocare da potenza. Le lezioni per il governo Renzi da Cameron, Modi e Rajoy.
Ricognizione globale per capire quante porte apre l’austerità

David Cameron e Mariano Rajoy (foto LaPresse)

Roma. Il contributo del governo Renzi alla crescita dei prossimi due anni rischia di essere pari a zero. I 2 punti di pil attesi sono infatti dovuti soprattutto a fattori esogeni di carattere transitorio (liquidità della Banca centrale europea, euro debole, calo del petrolio, grandi eventi come l’Expo). Questo a meno che il governo non riuscirà a compiere (in inglese to deliver) riforme capaci di ridurre il fardello della spesa pubblica con interventi decisi su riduzione del perimetro della Pubblica amministrazione, valorizzazione delle quote di partecipate di stato e privatizzazione o chiusura delle municipalizzate locali inefficienti. Interventi annunciati o in corso ma non del tutto compiuti, hanno ricordato ieri i funzionari del Fondo monetario internazionale, terminata la ricognizione primaverile in Italia: “C’è una finestra di opportunità: è il momento di spingere con tutta la forza l’agenda di riforme che siano più profonde”, “si torni a obiettivi più ambiziosi sulle privatizzazioni”, “è vitale che l’economia cresca più velocemente per ridurre la disoccupazione”, ha detto il capo-missione del Fmi Petya Koeva Brooks. Recuperare autonomia di spesa equivale anche a creare una sorta di riserva strategica a disposizione dell’esecutivo per produrre nuovi investimenti pubblici o addirittura per ridurre la pressione fiscale, ergo dare alle imprese la possibilità di programmare nel lungo termine, creare nuovi posti di lavoro, ridare fiducia ai consumatori in modo stabile e smuovere una domanda interna stagnante. L’esecutivo si troverà altrimenti a ricoprire la funzione di mero amministratore del bilancio pubblico con capacità d’iniziativa ridotte. In quanto costrette, da un lato, al rispetto dei vincoli europei su debito e deficit – vincoli condivisi ma tuttavia considerati stringenti – e, dall’altro, esposte a decisioni paralizzanti dell’alta burocrazia giudiziaria, vedi l’emergenza di trovare coperture miliardarie per pagare lo sblocco delle rivalutazioni delle pensioni in ossequio a una sentenza dalla Consulta.

 

Regno Unito. La credibilità nella gestione dell’economia è stata la cifra della vittoria elettorale del premier David Cameron che ha portato i conservatori a governare il Regno Unito per un secondo mandato consecutivo, stavolta con una solida maggioranza in Parlamento, senza l’obbligo di allearsi in coalizione. Cameron, da premier uscente, ha avuto buon agio nel fare valere i meriti dell’austerità applicata a Westminster dal cancelliere dello Scacchiere George Osborne. Un’austerità non ideologica che quando toglie poi restituisce, e per questo apprezzata dagli elettori, che ha portato a dimezzare il deficit  (dal 10 al 5 per cento del pil) e a ridurre la spesa del Regno. Da qui il calo delle imposte sul reddito delle persone e sui profitti delle imprese, e il relativo stimolo per le aziende ad assumere (disoccupazione al 5,5 per cento), facendo del Regno Unito l’economia a crescita più rapida del G7 l’anno scorso (più 2,4 per cento nel 2014). Cameron – in barba alle accuse di un pallido Labour di essere un cattivo amministratore, e quindi “non credibile” – ha addirittura potuto propagandare generosi interventi pubblici per puntellare il sofferente settore petrolifero, colpito dagli inattesi marosi delle quotazioni del greggio: nel rush finale della campagna elettorale, Cameron è arrivato a promettere una riduzione del carico fiscale per le major internazionali dello storico distretto del Brent, nel Mare del Nord, prostrate dal repentino calo del greggio, con l’ambizione di attirare nuovi investimenti garantendo anche che alle attività di ricerca degli idrocarburi contribuirà lo stato. Un margine d’azione e una capacità di reazione all’emergenza impossibili a queste latitudini.

 

India. “Abbiamo restaurato la credibilità dei processi decisionali in India. I nostri tassi di crescita sono molto più rapidi, la nostra creazione di posti di lavoro è più veloce, il nostro deficit fiscale sarà totalmente sotto controllo”. Il messaggio affidato al Financial Times dal ministro delle Finanze indiano, Arun Jaitley, è diretto in chiave domestica a chi accusa il premier Narendra Modi, induista e conservatore, vincitore assoluto delle elezioni nel maggio scorso, di non avere ancora prodotto quel “big bang” di riforme promesso – sebbene sia al contempo accusato di decisionismo anti-democratico – con l’intenzione di investire 11 miliardi di dollari in nuove infrastrutture, creare un regime fiscale unico a livello nazionale per trasformare effettivamente i 29 stati indiani in un unico mercato, l’annuncio – per ora non ci sono dettagli precisi – di privatizzare totalmente le banche e le compagnie energetiche controllate dallo stato e il prossimo lancio di un “piano strategico di disinvestimento” da business in perdita nei quali lo stato si è imbarcato, vedi il settore alberghiero. Il messaggio è diretto anche alla Cina: rafforza l’ambizione dell’India di superare in rapidità della crescita economica la principale potenza regionale. Cresceremo dell’8 per cento e oltre, dice Jaitley. Sottotesto: mentre la Cina lentamente rallenta restando attorno al 7,5 per cento.

 

[**Video_box_2**]Spagna. La Spagna di Mariano Rajoy può beneficiare appieno dei fattori esogeni e potrebbe crescere al ritmo più rapido dell’Europa continentale: la crescita prevista a fine 2015 è del 2,9 per cento ma potrebbe arrivare al 3,5 se le esportazioni cresceranno ancora, come prevede il ministero dell’Economia, grazie all’euro debole. La spesa pubblica è passata dal 47,3 per cento in rapporto al pil, picco del 2012, al 43,9 per cento (quasi come la Germania) grazie ai minori costo del personale pubblico e alla riduzione degli oneri di pagamento degli interessi sul debito per effetto del Quantitative easing. Il ministro delle Finanze, Luis de Guindos, ha potuto rivendicare l’emancipazione dai diktat europei – il deficit è al 4,4 per cento, ma lo scarto dagli obiettivi è tollerato visti i progressi – , dire che “la Spagna non è il problema dell’Europa, ma parte della soluzione” e, da prossimo presidente dell’Eurogruppo, potrà pretendere dai greci gli stessi sforzi spagnoli. Basterà a vincere le elezioni autunnali? Perfino dal partito centrista Ciudadanos, che insidia il Partito popolare di Rajoy sul piano etico, incalzandolo sugli scandali di corruzione, non negano i progressi. E’ possibile che sulla virtuosa gestione delle finanze si cementerà una coalizione di centro-destra? Primo banco di prova alle amministrative del 24 maggio.

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