Casa, cara casa

L’imposizione fiscale record sugli immobili, il caso Cameron e quello di un austero sindaco romagnolo
Casa, cara casa

foto LaPresse

Roma. Pure nel Regno Unito, dove i Tory si sono appena aggiudicati le elezioni con una vittoria schiacciante e in parte inattesa, la questione “casa” ha avuto un peso eccome. Il primo ministro uscente e poi confermato dal voto, David Cameron, negli ultimi giorni aveva rispolverato in campagna elettorale un cavallo di battaglia del thatcherismo, il “right to buy” che permette agli inquilini delle case popolari di acquistare le abitazioni a prezzi agevolati. L’architetto del right to buy, Michael Heseltine, definì l’Housing Act degli anni 80, che trasformò milioni di inquilini in proprietari, “il più grande trasferimento di ricchezza dallo stato ai cittadini”. Anche la riforma proposta da Cameron dovrebbe andare nella stessa direzione, visto che ne beneficeranno 1 milione e 300 mila britannici.

 

In Italia, dopo le ultime campagne elettorali in gran parte concentrate sulla restituzione, l’abolizione o la rimodulazione dell’Imu, di casa non se ne parla quasi più. Eppure i dati sulla tassazione immobiliare sono ulteriormente peggiorati rispetto a quando la casa era il centro del confronto e dello scontro politico. Secondo il dossier sulla tassazione degli immobili di Confedilizia, le imposte sulla casa sono quasi triplicate: si è passati dai 9,2 miliardi di gettito ai tempi della vecchia Ici nel 2011, ai 23,8 miliardi dell’Imu del governo Monti nel 2012, fino agli attuali 25 miliardi di Imu e Tasi del governo Renzi. Ciò vuol dire che dal 2012 i contribuenti versano circa 15 miliardi in più di imposte sugli immobili, un bonus da 120 euro che in questo caso va dalle tasche delle famiglie italiane alle casse dello stato.

 

Questo trasferimento di ricchezza dai cittadini allo stato ha avuto conseguenze negative sull’economia che si sono manifestate nel crollo delle compravendite e del valore degli immobili, in una riduzione di spese per la casa e di investimenti nella costruzione di nuovi edifici, con conseguenti chiusure di imprese e perdite di posti di lavoro. Tra l’altro, in un paese in cui la percentuale di proprietari di casa è tra le più elevate al mondo, l’aumento dell’imposizione patrimoniale non ha neppure avuto effetti redistributivi, anzi ha colpito piuttosto indistintamente e quindi in maniera più rilevante i redditi bassi. Non è neppure molto veritiera la giustificazione più volte adoperata in questi anni di un “allineamento” alla tassazione degli altri paesi sviluppati. Già nel 2011, con la vecchia Ici, le tasse sulla proprietà erano il 2,2 per cento del pil rispetto a una media Ocse dell’1,7 per cento. Nel 2012 la pressione è salita al 2,7 per cento, contro una media Ocse dell’1,8 per cento e negli anni successivi le tasse sono ulteriormente aumentate.

 

[**Video_box_2**]Ma l’inversione di tendenza non dipende esclusivamente dallo stato centrale. Se per ridurre le tasse sulla casa e ridare fiato alle famiglie e al mercato immobiliare il governo dovrebbe dare un’occhiata oltremanica alle politiche di George Osborne e David Cameron, gli enti locali potrebbero prendere ispirazione da Quintino Sabattini, sindaco di Sogliano al Rubicone che è stato eletto nel 2011 battendo il Pd. Il paesino in provincia di Forlì-Cesena è stato premiato da Confedilizia – associazione che rappresenta proprietari d’immobili e investitori che dallo scorso mese è presieduta da Giorgio Spaziani Testa – come “Comune più virtuoso verso la proprietà edilizia”. A Sogliano non si paga la Tasi e non si paga l’Imu sulle prime case (per le altre ci sono le aliquote più basse d’Italia), senza rinunciare ai servizi sociali e al sostegno a famiglie e studenti. “Per non pesare sui bilanci delle famiglie già gravate dalla crisi – dice al Foglio il sindaco Sabattini – abbiamo cercato di far fronte all’aumento delle imposte e al taglio dei trasferimenti con riduzioni della spesa e l’utilizzo di entrate extratributarie provenienti da un polo di gestione dei rifiuti, riciclaggio e produzione di compost e biogas che gestiamo in maniera efficiente”. Non tutti i comuni possono contare su entrate extratributarie e poli di gestione dei rifiuti (anche se tra loro ce ne sono molti che li hanno rifiutati in preda alla sindrome Nimby, Not In My Back Yard), ma una larga parte delle amministrazioni locali può reperire risorse per tagliare le tasse sul fronte delle uscite. Di municipalizzate e partecipate che producono attivi ce ne sono poche: basterebbe tagliare, liquidare e privatizzare. Non è neppure detto che non ci siano elettori da conquistare in questo modo.

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