Spazio repubblicano

In Italia siamo all’inizio del secondo anno dell’èra renziana; all’ultima consultazione elettorale il Partito democratico ha conquistato il 41 per cento dei consensi; e al momento il centrodestra non riesce nemmeno a presentarsi come un fronte politico unico.
Spazio repubblicano

Il politologo Angelo Panebianco (LaPresse)

Roma. In Italia siamo all’inizio del secondo anno dell’èra renziana; all’ultima consultazione elettorale il Partito democratico ha conquistato il 41 per cento dei consensi; e al momento il centrodestra non riesce nemmeno a presentarsi come un fronte politico unico. E’ normale dunque che a queste latitudini una tesi come quella di David Brooks rischi di assomigliare a una boutade: secondo il commentatore del New York Times, infatti, il mondo occidentale attraversa quello che lui definisce “the Center-Right moment”, il momento del centrodestra. Brooks non guarda all’Italia, è evidente, ma la tendenza che ritiene in atto nel mondo occidentale potenzialmente ci riguarda eccome. “L’evento più sorprendente di quest’èra politica è ciò che non è avvenuto. Il mondo non ha svoltato a sinistra. Considerata la crisi finanziaria, la diseguaglianza crescente, l’impopolarità delle posizioni di destra su temi sociali e immigrazione, era legittimo pensare che i partiti progressisti sarebbero passati da una vittoria all’altra”. Invece no. Ci sono i repubblicani che in America hanno conquistato Camera e Senato, c’è il Likud che si è affermato in Israele, infine c’è la sorprendente vittoria dei Tory nel Regno Unito.

 

“Non solo in Italia, molti osservatori sono rimasti troppo affascinati dalla strana idea dell’instabilità politico-istituzionale che avrebbe dovuto contagiare l’Inghilterra. Saremmo stati di fronte all’uomo che morde il cane, effettivamente. Invece l’ottima performance economica di Londra ha pesato di più per gli elettori, come normale che fosse”, dice al Foglio il politologo Angelo Panebianco. L’editorialista del Corriere della Sera si dice d’accordo con Brooks, specie quando il commentatore americano sostiene che la mancata avanzata della sinistra sia dovuta a una sua involuzione, all’essere passata dal “progressismo delle opportunità” dei tempi di Clinton e Blair al “progressismo della redistribuzione” di Piketty o Miliband. Dice Panebianco: “Oggi votare a sinistra vuol dire votare per una maggiore uguaglianza, ma in molte circostanze anche per una maggiore stasi economica. La destra liberale lascia intendere di essere pronta ad accettare più diseguaglianza nella società, a fronte di più possibilità di crescita. Oggi pure le classi popolari e i più svantaggiati sembrano privilegiare questa seconda opzione”. Non c’è soltanto lo scetticismo per la sinistra attuale. In questi anni una destra di governo come quella di Cameron o Merkel ha saputo resuscitare il concetto di interesse nazionale, è stata accorta a gestire le finanze pubbliche dopo gli eccessi del periodo pre crisi, non ha esagerato la distanza tra promesse e risultati, e infine ha assecondato “la disillusione degli elettori rispetto alle grandi istituzioni pubbliche”. Inoltre alcuni analisti britannici, come Brendan O’Neill su Spiked, parlano del Labour come di “un partito nato per rappresentare gli interessi della classe lavoratrice e che invece oggi è poco più di una specie di rifugio sicuro per una nuova élite che si considera un mondo a parte dalla politica tradizionale e dalle masse”.

 

[**Video_box_2**]Lo storico della Luiss, Giovanni Orsina, parla di “distanza ed elitismo” del laburismo appena sconfitto, quel laburismo che prima non disdegnava “un filo di sano populismo”. “La sinistra italiana non è stata immune da questo virus. Per decenni i suoi intellò sono stati quelli che, beati loro, sapevano dove andava la storia – dice Panebianco – Oggi Renzi, a sinistra, ha depotenziato questo sentimento di superiorità antropologica rispetto alla maggioranza degli elettori. Ma quell’atteggiamento ha radici profonde”. Può essere “the Center-Right moment” pure in Italia? “A breve termine probabilmente non è possibile mettere in rotta i populismi emergenti, ma in prospettiva sì. In una fase di faticosa uscita dalla crisi, nell’elettorato moderato esiste quella domanda individuata da Brooks. Attende di essere articolata dai giusti leader”.

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