Numeri, strategie e scacchi

Popolari, risiko e fusioni. Perché Unipol sogna di dire: abbiamo una banca

Banche popolari esuberanti o ansiose in vista del matrimonio ammiccano ai partner. Senza il sacerdote Bankitalia.
Popolari, risiko e fusioni. Perché Unipol sogna di dire: abbiamo una banca

foto LaPresse

Roma. A poco meno di due mesi dall’approvazione della riforma che obbliga le banche popolari a diventare società per azioni, abolendo il voto capitario, i regolatori nazionali ed europei stanno spingendo per creare un sostrato di banche di medie dimensioni al di sotto dei campioni nazionali Intesa Sanpaolo e Unicredit. L’auspicio è di passare da dieci istituti interessati alla riforma a tre o quattro, aumentando il loro profilo reddituale e la capacità di risposta agli choc. Se tutte e dieci si fondessero, i loro asset combinati arriverebbero soltanto a 530 miliardi di euro, la metà di quelli di Unicredit. Alla volontà della Banca centrale europea, in primis, si frappone la prudenza degli istituti in questa fase transitoria. C’è la preoccupazione di capire se le regole imposte dalle autorità europee – in termini di requisiti di capitale, parametri di rischio e altro – cambino in corsa, magari durante o dopo le fusioni. Il rischio è che la “promessa sposa”, oggi attraente, perda il suo fascino un domani. L’incertezza regolamentare è un freno all’esuberanza che pure si nota. Unipol s’è offerta come “azionista utile”, tuffandosi di fatto nel risiko, nell’attesa che si scoprano le carte. Nella migliore delle ipotesi entro settembre – dopo l’approvazione della riforma nei vari board e il successivo avallo della Banca d’Italia – si comincerà a ragionare.

 

Nel processo di riassetto si nota l’assenza di una guida, un sacerdote, ovvero di Banca d’Italia a fare da suggeritore. Non è detto che sia un male. Fino a un anno fa avrebbe fatto da merchant bank, ma oggi è privata della sua capacità d’influenza. L’assestamento dei poteri europei ha modificato le gerarchie tecnocratiche e, in via tangenziale ma significativa, ha indebolito le resistenze politiche locali a una riforma attesa da dieci anni. Le barricate ideologiche dei localismi leghisti sono crollate quando Popolare di Vicenza e Veneto Banca, storiche arcinemiche nel nord-est, hanno iniziato ad accelerare i tempi di riorganizzazione della governance e a dialogare per avvicinarsi a un accordo. Veneto banca, nonostante sia claudicante negli standard patrimoniali europei, dice di avere raccolto altre manifestazioni d’interesse da banche quotate. Gli imprenditori veneti sono insoddisfatti della qualità del credito delle banche locali e non hanno fatto mistero di gradire un investitore estero; in barba alla propaganda da “barbari alle porte” di Matteo Salvini.

 

[**Video_box_2**]L’impossibilità per la Lega di ritagliarsi un posto al sole nella danza di corteggiamento tra la Banca popolare di Milano e il Banco popolare ha spinto la regione Lombardia a fare ricorso alla Corte costituzionale contro la riforma governativa giudicata deleteria per la crescita nazionale; altra uscita di carattere estremista che fa il paio con l’allarme sulla calata dei potentati stranieri. Il proiettile forse non andrà a segno. Peraltro i temuti forestieri sono già presenti nelle banche e potrebbero fare valere il loro peso. Grandi fondi globali detengono, nel complesso, il 7,7 per cento della capitalizzazione di 6 banche popolari quotate su 7. Quelli anglosassoni BlackRock, Silchester, Athena Capital, Vanguard, Invesco, possono facilmente moltiplicare gli investimenti in Bpm, Banco popolare o Ubi Banca anche per accompagnare processi di fusione quando, con le nuove regole, conteranno per la quota di capitale che rappresentano e non per un voto soltanto.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi