La recessione è finita, ma non andate in pace

Un decimale di pil in più del previsto migliora l’umore, ma non cambia la vita. Al tempo stesso il prodotto interno lordo di gennaio-marzo 2015 rilevato dall’Istat a più 0,3 per cento – rispetto allo 0,2 atteso da governo ed esperti – segna la fine tecnica della recessione, con due trimestri non negativi di seguito.
La recessione è finita, ma non andate in pace

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (foto LAPResse)

Un decimale di pil in più del previsto migliora l’umore, ma non cambia la vita. Al tempo stesso il prodotto interno lordo di gennaio-marzo 2015 rilevato dall’Istat a più 0,3 per cento – rispetto allo 0,2 atteso da governo ed esperti – segna la fine tecnica della recessione, con due trimestri non negativi di seguito (l’ultimo trimestre del 2014 fu piatto): fa dunque bene il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, a segnalare la svolta, e ad aggiungere che è presto per cantare vittoria. Siamo però solo alle pendici della montagna da scalare per recuperare i 12 punti di ricchezza nazionale lasciati sul terreno della crisi dal 2008, circa 200 miliardi secondo uno studio della Banca d’Italia. Mentre altri paesi si stanno tirando fuori.

 

Egualmente, una crescita dello 0,3 per cento, che qui supera le attese, è considerata deludente in Germania e Gran Bretagna, è la metà di quella francese, un terzo di quella spagnola. Tuttavia l’importante è ripartire ma per farlo è utile capire da dove tira la ripresa, da dove potrà soffiare più forte e da dove invece non dovremo aspettarci quasi più nulla rispetto al passato. Industria e agricoltura sono i settori più vivaci, dice l’Istat, e non beneficiano più esclusivamente dell’export ma di un timido risveglio dei consumi interni. In particolare l’auto, che da mesi registra aumenti di vendita e produzione tra il 20 e il 30 per cento. Chi suggeriva di accompagnare alla porta Sergio Marchionne è servito. Ma la rivoluzione del capo di Fca appare tale solo qui: la Spagna è ormai il secondo produttore d’Europa dopo la Germania, con 17 stabilimenti, 10 produttori, flessibilità ripagata da stipendi sui 2 mila euro, assai superiori alla media nazionale; il che contribuisce a recuperare ricchezza e occupazione. Quello dell’auto, con il suo indotto dalla logistica al commercio, dovrebbe essere un caso di studio per l’Italia che vedrà ridimensionarsi ciò che ha drogato la crescita in passato: l’edilizia e soprattutto le forniture alla Pubblica amministrazione pagate con debito. Sotto questo aspetto sono benvenute le raccomandazioni inviate mercoledì da Bruxelles a Roma, tra le quali il completamento del Jobs Act, la contrattazione aziendale, la revisione della cassa integrazione.

 

[**Video_box_2**]E poi il consolidamento e la pulizia del sistema bancario, la riduzione del fisco, le riforma della Pubblica amministrazione e della scuola “ampliando l’istruzione terziaria e l’orientamento professionale”. “L’Italia ha presentato un piano molto ambizioso, ora lo attui”, dice il vicepresidente della Commissione di Bruxelles, Valdis Dombrovskis. Qualcuno, qui, già comincia a gridare al commissariamento. A noi pare l’unico modo sensato per fertilizzare e fare crescere quel 0,3 per cento di aumento del pil negli anni a venire. 

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