Cosa muove l’attivismo americano sugli accordi commerciali

Il Congresso mette le ali a Obama sul libero scambio per avvicinare l’Asia. E l’Europa diventa marginale
Cosa muove l’attivismo americano sugli accordi commerciali

Barack Obama con il premier giapponese Shinzo Abe (foto LaPresse)

Martedì a Washington è iniziato il dibattito congressuale sulla “Trade Promotion Authority” che, se approvata, darebbe al presidente, Barack Obama, l’opportunità di chiudere i negoziati relativi ad alcuni importanti accordi commerciali con significative implicazioni per le economie europee. Per le dinamiche politiche che ne determineranno l’esito, il dibattito congressuale va ben oltre i termini della legislazione in discussione e riguarda un nuovo capitolo della presidenza Obama nel suo ultimo scorcio.

 

Con entrambi i rami del Congresso a maggioranza repubblicana e un rapporto complesso anche con la rispettiva componente democratica, la Casa Bianca ha uno spazio strategico assai limitato entro cui concepire iniziative rilevanti che abbiano il sostegno bipartisan del medesimo Congresso. Escluse le politiche fiscali, dove le rispettive posizioni sono irriconciliabili, gli accordi commerciali con l’estero potrebbero essere l’unico elemento dov’è possibile registrare una convergenza tra i repubblicani e la Casa Bianca. Eppure questo non spiega del tutto l’intenso calendario dei lavori con cui le varie commissioni hanno riavviato la loro attività in aprile al rientro dalla pausa primaverile. Si notano il pressing con cui i consiglieri dello Studio ovale seguono il dibattito congressuale e l’inedita determinazione con cui il presidente in persona si è impegnato a influenzarlo.

 

Cerchiamo di dipanarne obiettivi e agende dei vari attori cominciando dalla Casa Bianca. Sin dal suo primo mandato, Barack Obama ha affermato di volere espandere l’agenda commerciale puntando su due mega-accordi, la Trans-Pacific Partnership (Tpp) con altri undici paesi del Pacifico e il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) con l’Unione europea.

 

La Tpp interessa economie come Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Rappresentano poco meno del 40 per cento del pil mondiale e una popolazione di 800 milioni di persone. Inoltre, come si evince dall’assenza della Cina, la Tpp, vista da Washington, si carica di una forte rilevanza geostrategica svolgendo un ruolo di contenimento del gigante asiatico. Eppure, i negoziati si erano arenati la primavera scorsa quando il presidente Obama, in occasione della sua visita a Tokyo, non era riuscito ad abbozzare un accordo preliminare con il primo ministro giapponese Shinzo Abe. La strategia dello Studio ovale volta a formare un asse nippo-americano attorno al quale fare convergere gli altri paesi subìva pertanto una battuta di arresto. Mentre i negoziati bilaterali con il Giappone segnavano il passo su agricoltura e industria dell’automobile, la Cina lavorava silenziosamente su un altro progetto economico, ma anch’esso carico di risvolti geopolitici: l’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) con sede a Pechino. Il silenzioso ma efficace lavoro diplomatico cinese metteva a segno una serie di inaspettati successi generando stupore e imbarazzo a Washington. Malgrado la moral suasion della Casa Bianca volta a compromettere il consenso attorno all’iniziativa cinese, 56 paesi hanno aderito alla nuova istituzione che avrà il compito di finanziare progetti infrastrutturali nelle economie emergenti asiatiche. Tra questi paesi, vi sono alcuni alleati americani del pacifico come la Corea del sud, economie del Pacifico che partecipano ai negoziati per la Tpp come Australia, Malesia, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam, oltre a tutto il raggruppamento europeo del G7, compresa l’Italia. Proprio lo scacco diplomatico subìto da Washington sul dossier dell’Aiib ha indotto l’Amministrazione Obama a fare leva su tutto il suo capitale politico per condurre in porto la Tpp, premendo l’acceleratore per ottenere la delega congressuale e concludere l’accordo.

 

[**Video_box_2**]Il calendario concordato con i leader del Congresso prevede la ratifica della delega entro la fine del mese o l’inizio di quello successivo e l’approvazione del testo finale della Tpp possibilmente entro fine anno. Nella recente visita di Shinzo Abe a Washington, i due leader sono riusciti a convergere su una bozza di accordo che intendono condividere con Australia e Canada non appena la delega congressuale verrà approvata. A quel punto, attorno al nocciolo duro formato dai paesi tradizionalmente vicini a Washington, la Casa Bianca intende raccogliere il sostegno delle altre economie del Pacifico. In questo quadro, la delega è necessaria perché vincola il Senato ad accettare (o a rigettare) il testo dell’accordo finale privandolo della possibilità di emendarne il testo. Perciò gli altri paesi sono incentivati a concludere l’accordo commerciale anticipandone l’esito congressuale favorevole. A dimostrazione che il presidente è sceso in campo, vi sono i contatti riservati tra la Casa Bianca e l’ala sinistra del Partito democratico tradizionalmente ostile agli accordi di libero scambio. Per lo Studio ovale, infatti, è importante mostrare che l’approvazione della delega congressuale rifletta un accordo bipartisan così da non esporre politicamente il presidente qualora i repubblicani, che già godono della maggioranza parlamentare, fossero l’unica forza a sostegno del progetto. D’altro canto, i repubblicani voteranno a ranghi relativamente compatti non solo per sostenere il libero commercio ma anche per infilzare una spina nel fianco al candidato presidenziale Hillary Clinton, tradizionalmente vicina al sindacato ostile a qualsiasi accordo di libero scambio.

 

Così per Washington cambiano le priorità tra Tpp, l’accordo asiatico, e Ttip, quello euro-atlantico. Quest’ultimo subisce una significativa battuta di arresto, non sappiamo quanto temporanea. Nel rapporto che il Tesoro ha inviato al Congresso giorni fa, l’Eurozona, e la Germania in particolare, con il suo crescente surplus nei conti con l’estero, genera delle critiche e compromette l’attrattività dei mercati europei, per via della loro spiccata tendenza esportatrice, che indebolisce la convenienza per gli Stati Uniti a chiudere i negoziati.

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