Perché gli incentivi verdi sono duri da sfoltire

La spinosa questione dei generosi incentivi ai produttori di energia da fonti rinnovabili continua a trascinarsi, nonostante il governo Renzi abbia tentato di ridimensionarne il peso in bolletta. Numeri, indiscrezioni e prossimi interventi dell'esecutivo.
Perché gli incentivi verdi sono duri da sfoltire

La spinosa questione dei generosi incentivi ai produttori di energia da fonti rinnovabili continua a trascinarsi, nonostante il governo abbia tentato di ridimensionarne il peso in bolletta. Secondo i dati del Gestore dei servizi energetici (Gse), il fabbisogno economico della componente A3 della bolletta elettrica (che per buona parte va a finanziare i sussidi alle energie verdi) è infatti cresciuto nel 2014 a 13,4 miliardi di euro, dagli 11,6 del 2013. Nel 2015 dovrebbe riscendere a 12,2 miliardi, livello più basso ma pur sempre superiore a quello del 2013. 

 

In particolare il 42 per cento degli oneri è andato a coprire il Conto energia a sostegno del fotovoltaico, il 20 per cento i Certificati verdi (titoli negoziabili in misura proporzionale all’energia prodotta da un impianto alimentato da fonti "green"), il 15 per cento la Tariffa onnicomprensiva (sussidio rilasciato a seconda dell'elettricità netta immessa in rete), il 13 per cento il Cip6 (gli incentivi alle rinnovabili e alle cosiddette "assimilate"), il 7 per cento il ritiro dedicato (la remunerazione dell’energia elettrica immessa in rete), l'1 per cento i nuovi incentivi alle rinnovabili non fotovoltaiche.

 

Il Conto energia da solo ha assorbito 6,6 miliardi di euro mentre tutti gli altri meccanismi incentivanti hanno fatto il resto.  Dati che fanno il paio con quelli dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas (Aeegsi), che nel suo ultimo aggiornamento sulle tariffe ha parlato di un aumento degli oneri nell'ultimo trimestre 2014 dello 0,7 per cento. E che dimostrano che i recenti ribassi del costo dell'elettricità e del gas annunciati ad aprile dall’Aeegsi (rispettivamente dell’1,1 per cento e del 4 per cento), sono dovuti al calo dei prezzi del petrolio. Non dunque al "taglia incentivi", la controversa misura, sgradita agli operatori del fotovoltaico, varata dal governo Renzi che ha diminuito i sussidi ai grandi produttori fotovoltaici per ridurre le bollette alle piccole e medie imprese. 

 

A proposito di "taglia-incentivi", il Gse stima che il provvedimento ha interessato 12.810 impianti per 10.471 MW totali, generando un guadagno di 394 milioni per il 2015. Tuttavia, gli altri 634 milioni che il ministero aveva contabilizzato come risparmio effettivo (grazie all'erogazione in acconto del 90 per cento degli incentivi dovuti ai produttori fotovoltaici), sono in realtà – dice il Gse – "un risparmio di natura finanziaria ed esaurisce il suo effetto contestualmente all'erogazione del conguaglio nell'anno 2016". In sostanza un risparmio temporaneo.

 

"Ora abbiamo scoperto il bluff del governo Renzi sulla bolletta elettrica. Il tutto a fronte di migliaia di contenziosi e crisi di molte aziende del fotovoltaico", ha commentato il senatore del Movimento 5 stelle Gianni Girotto. Il "taglia-incentivi", inserito nel decreto Competitività prima dell’estate, è stato infatti oggetto di una serie di ricorsi al Tar e proteste da parte di operatori italiani e stranieri. Nel mirino in particolare il taglio retroattivo degli incentivi elargiti finora per investimenti già effettuati e la possibilità per il Gse di cambiare unilateralmente le modalità contrattuali. Di qui la richiesta degli operatori di dichiarare il provvedimento non costituzionale.

 

Non si può tuttavia dimenticare che i sussidi italiani al settore sono tra i più alti al mondo e che una delle voci che pesa di più in bolletta è proprio la componente A3. Le stime dell’Autorità per l’Energia per il 2015 sono anche superiori a quelle del Gse: secondo il Garante le energie ‘verdi’ arriveranno a pesare circa 12,5 miliardi di euro sulle tasche dei consumatori. Troppo, dice l’Aeeg e una parte del mondo imprenditoriale (Assoelettrica in testa), visto anche che i prezzi dei materiali per la costruzione di un impianto sono diminuiti. A rendere più grave la situazione è che gli incentivi sono erogati "a pioggia" con una remunerazione fissa a volte troppo generosa rispetto al capitale investito. Per questo si parla in alcuni casi di "posizioni di rendita" nel settore. In più, nonostante i generoso sussidi statali, non si è riusciti a mettere su una filiera nazionale: gli impianti italiani sono fatti per la maggior parte con materiale importato dall’estero, in particolare dalla Cina e dalla Germania. 

 

In questo quadro di recente è scesa in campo Bruxelles stessa, stabilendo principi e regole guida che gli Stati membri dovranno seguire nella definizione dei nuovi incentivi. L’obiettivo è quello di ridurre il rischio che attraverso il sostegno alla produzione da fonti rinnovabili si mettano in piedi forme di aiuti di Stato.  Motivi per cui il governo ha varato nel 2014 il "taglia-incentivi" e per cui anche ora è al lavoro per un nuovo sistema di sussidio alle fonti rinnovabili.

 

A breve dovrebbe infatti essere pronto un decreto ad hoc, secondo quanto ha annunciato il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi. "La riforma degli incentivi per le fonti rinnovabili è in procinto di essere approvata: ci sarà un decreto a breve. Intendo accentuare, rispetto agli ultimi provvedimenti, l'obiettivo di erogare incentivi commisurati al beneficio ambientale e assegnati tramite procedure competitive in modo da incentivare le tecnologie più efficienti", ha detto il ministro Guidi.

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