Auto delle mie brame

La ripresa del mercato eccita manager, fondi attivisti e pure governi. Le esportazioni tornano a crescere e  le imprese ad assumere. I costruttori cominciano a muoversi ridisegnando le alleanze e le strategie globali. La morte del settore era insomma una previsione ampiamente esagerata che è stata smentita dai fatti.
Auto delle mie brame

Renault, Volkswagen, Gm. Ma anche Toyota o Fiat Chrysler Automobiles (Fca). L’auto è in piena ripresa in Europa. Le esportazioni tornano a crescere e le imprese ad assumere. I costruttori cominciano a muoversi ridisegnando le alleanze e le strategie globali. La morte del settore era insomma una previsione ampiamente esagerata che è stata smentita dai fatti. L’auto torna a essere, quasi all’improvviso, l’oggetto del desiderio dei consumatori, delle case di produzione e degli stati che si contendono fette del controllo azionario di colossi oramai transnazionali. E’ terreno di confronto tra stato ed impresa, tra manager e azionisti, sotto i cieli dell’eterno conflitto tra l’interesse dei soci e quello della proprietà. Sotto questo punto di vista, il campo di battaglia più rovente in questo momento è la Renault, in vista dell’assemblea del 30 aprile.

 

Carlos Ghosn, l’onnipotente Président-directeur général dell’azienda in cui lo stato è il primo socio non fa mistero di volere appoggiare la battaglia dei fondi che vogliono abrogare dallo statuto l’applicazione della legge Florange, che consente allo stato di raddoppiare i diritti di voto controllando così la società senza subire incursioni da parte di azionisti attivisti. Ghosn è in perenne conflitto con la visione del governo (da tre anni i consiglieri nominati dall’Eliseo votano contro l’aumento del suo stipendio) ma, forte dei risultati e del sostegno dei mercati, resiste: i giapponesi, dice, non possono accettare che Nissan, più forte e profittevole, debba dipendere da azionista dallo stato francese. Il ministro dell’Economia, Emmanuel Macron ha reagito senza indugi: lo stato ha aumentato la sua partecipazione nell’azienda a quattro ruote, che a sua volta controlla la giapponese Nissan. Non solo. Il ministro ha messo per iscritto in una lettera le sue intenzioni di voto in assemblea. E ieri, in un intervento sul Monde, ha spiegato a scanso di equivoci quel che pensa del principio “un’azione, un voto”. Ovvero del potere assoluto del mercato. “Il principio un’azione, un voto, riflette una visione ingenua del capitalismo, che rischia di portarci, con la sua visione a breve termine, al suicidio industriale”. Insomma, il liberista Macron fa marcia indietro: “La Francia è cresciuta nel Dopoguerra grazie al capitalismo di stato, fedele alla tradizione di Colbert affiancato dal ruolo delle grandi famiglie”, dice Macron che è un ex banchiere del gruppo Rothschild, potente dinastia finanziaria.

 

[**Video_box_2**]Oggi il modello va aggiornato grazie al ruolo dei grandi investitori istituzionali e del contributo degli azionisti-lavoratori (incentivati dal fisco), ma guai a scegliere il modello Wall Street. Una formula che, tutto sommato, ricorda da vicino il modello tedesco, vedi Volkswagen. Ma, di questi tempi, soffiano venti tempestosi anche in quel di Wolfsburg. Il vertice del gruppo, riunito a Salisburgo, ha rinnovato la fiducia a Martin Winterkorn, l’ad nel mirino di Ferdinand Piëch, da sempre primo punto di riferimento della famiglia Porsche che ha il controllo del gruppo. Ma l’impressione generale è che Piëch (che pure giovedì ha detto parole distensive) abbia perso una battaglia, non la guerra. Solo un conflitto di personalità? Forse, ma dietro alle accuse a Winterkorn (gli insuccessi sul mercato americano, il mancato lancio di una vettura low cost per la Cina, il calo di redditività del marchio del Maggiolino che in pratica fa soldi solo con Audi), si nasconde la critica ai grandi sostenitori dell’attuale management: il sindacato, protagonista del fallito sbarco del modello tedesco nella fabbrica americana di Chattanooga, e il governo della Bassa Sassonia, altro azionista di rilievo del gruppo. Insomma, problemi di governance ci sono anche nel cuore del modello renano. Come negli Stati Uniti, dove il ceo di General Motors, Mary Barra, ha dovuto rompere il salvadanaio e distribuire buona parte della cassa per evitare una rischiosa battaglia contro un club di azionisti activist. Per evitare il pressing di Wall Street, aveva suggerito Sergio Marchionne, occorre accelerare sulla strada delle fusioni e dei merger: Fca e Gm – ma non solo – potrebbero essere l’accoppiata giusta per affrontare un mercato sempre più difficile, dove i volumi delle vendite, sempre significativi, contano però meno della creazione del valore garantito dall’elettronica, dai servizi online o dai giganteschi investimenti previsti in futuro sull’auto elettrica. Grazie lo stesso, ha risposto miss Barra, ma facciamo da soli. Marchionne ne prende atto, convinto che prima o poi la sua strategia si rivelerà vincente. Per ora infatti Fca sembra avere trovato una formula a prova di bomba: i soci hanno approvato senza obiezioni il doppio dirittto di voto garantito alla holding di casa Agnelli, la Exor, e si preparano a ricevere le preziose azioni Ferrari. E in Italia i rapporti con il governo e i sindacati (Fiom, in difficoltà, esclusa) volgono al bello stabile. Un po’ come nel Giappone del premier conservatore Shinzo Abe che si accinge a promuovere nel board della Banca centrale il direttore finanziario di Toyota, per ora la grande beneficiaria delle politiche iperespansive dell’Abenomics. Il vortice delle quattroruote, insomma, è appena cominciato.

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