Decidere o non decidere

Renzi cerca di stare alla larga dalle rogne del Corriere della Sera

I bulloni per vendere i Libri. L’assemblea nomina il cda che sceglierà il dopo De Bortoli. Le ragioni dell’interim (Fontana) e la ricerca di un successore. Fondi e outsider fanno saltare vecchi riti. A maggio Mondadori farà l’offerta per Rcs Libri.
Renzi cerca di stare alla larga dalle rogne del Corriere della Sera

Roma. Il nuovo consiglio d’amministrazione della Rcs Mediagroup, nominato ieri dall’assemblea dei soci, è di fatto in conclave per la scelta del successore di Ferruccio de Bortoli alla direzione del Corriere della Sera. Scelta che dovrebbe avvenire a giorni in una rosa di nomi con new entry (Antonio Polito, Sarah Varetto) ed evergreen (Carlo Verdelli, Mario Orfeo) fino a Luciano Fontana, condirettore di FdB e padrone della macchina di Via Solferino, il quale come da tempo si dice farebbe il traghettatore (anche se i traghettatori una volta che salgono sulla nave non sempre poi scendono) fino al futuro direttore forte e lungamente annunciato, che ha sempre il profilo di Mario Calabresi, scrittore di successo e numero uno a la Stampa di Torino, candidato di John Elkann, presidente Fiat e socio principale (con il 16,7 per cento) di Rcs. Ma il tempo di Calabresi non è maturo, come ha ammesso persino il direttore della Stampa. A ben vedere però la novità è un’altra: da una nomina sempre cruciale all’epoca di poteri forti & salotti buoni, e dunque sensibile per chiunque fosse al governo (o nelle procure), stavolta Palazzo Chigi si tiene alla larga. Matteo Renzi un po’ è disinteressato; un po’ sa che i poteri sono meno forti e i salotti meno buoni; un po’ vede che la freddezza nei suoi confronti del principale quotidiano italiano (che la routine seguita a presentare come “espressione della classe dirigente”) non gli ha fatto un briciolo di danno, anzi; un po’ infine è allergico ai blasoni ereditari: insomma il premier si è limitato a far filtrare che, sì, un’impresa come il Corrierone dovrebbe avere un direttore pieno, in analogia con le aziende che funzionano – tra queste certamente mette Palazzo Chigi – altrimenti facciano come vogliono.

 

Novità appunto, se si guarda ad alcune direzioni precedenti su cui la politica ha avuto un suo peso (da Stefano Folli a Piero Ostellino). E novità rispetto ai tempi in cui, per esempio, la sinistra, specie quella prodiana, si sentiva garantita dagli endorsement di Paolo Mieli, in sella nel ’92-’97 e 2004-2009, nonché dalla partecipazione alle primarie governative di azionisti eccellenti tipo Giovanni Bazoli, Corrado Passera e Alessandro Profumo già controllore di Mediobanca. A Renzi, invece, De Bortoli non ha concesso lo stesso credito, indugiando semmai ancora nello spleen lettian-prodiano: “Mi è dispiaciuto il modo in cui è stata chiusa la vicenda di Enrico Letta” disse a Salvatore Merlo del Foglio nel febbraio 2014. “Per ora siamo alla sceneggiata dannunziana, mi auguro che Renzi abbia successo, ma tutto è più complicato di come appare”. L’unico punto sul quale Renzi ha offerto una sua indicazione di massima rispetto al futuro del Corriere è la possibilità di avere un “direttore forte” ed è una linea che combacia con quella di Diego Della Valle, terzo azionista (7,3 per cento) dietro Agnelli e Madiobanca: azionista sempre in movimento, in lite con Bazoli ed Elkann (con il quale però i rapporti sono meno freddi di un tempo). Il proprietario di Tod’s aveva anche baruffato con Renzi finché ha fatto pace, e ora, chissà, il feeling echeggia anche nei saloni blasé di Via Solferino. In realtà il nuovismo di Della Valle inizia a fare breccia, però attraverso altri: tra i nuovi azionisti il fondo americano Invesco si è issato al quarto posto, mentre Urbano Cairo ha dichiarato il 4,6 per cento, più dei blasonati Intesa e Pirelli. Invesco, rappresentato da Assogestioni, ha avuto un buon successo nell’elezione dei consiglieri, ottenendone due con quote superiori al listone Agnelli-Della Valle-Pirelli-Intesa (che ha comunque sei consiglieri, tra questi il presidente Maurizio Costa e l’ad Pietro Scott Jovane); Cairo ha anche lui nominato un consigliere. Dunque il nuovo cda, oltre a rispecchiare il vecchio nucleo litigioso, non appare più neppure formalmente compatto. E le decisioni incombono: oltre alla nomina del direttore, c’è quella sulla vendita del settore libri alla Mondadori, strategica per fare cassa. “Se ci dicono no allora mettano i soldi per l’aumento di capitale”, stuzzica Ernesto Mauri, ad di Mondadori, confermando che entro il 29 maggio la casa di Segrate presenterà un’offerta vincolante. In Via Solferino, mentre tra baruffe e languori finisce l’era di FdB, urge stringere i bulloni.

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