Perché l’Italia è ancora un “risky business” per gli americani

A marzo dell’anno scorso Matteo Renzi, un premier che aveva fretta di cambiare tutto, assicurava a Barack Obama di avere come priorità il ridimensionamento della burocrazia e l’efficientamento del sistema giudiziario per dimostrare agli investitori che l’Italia è “un paese bellissimo per fare crescere le idee e anche il business”.
Perché l’Italia è ancora un “risky business” per gli americani

Barack Obama e Matteo Renzi durante un incontro dello scorso marzo (foto LaPresse)

Roma. A marzo dell’anno scorso Matteo Renzi, un premier che aveva fretta di cambiare tutto, assicurava a Barack Obama di avere come priorità il ridimensionamento della burocrazia e l’efficientamento del sistema giudiziario per dimostrare agli investitori che l’Italia è “un paese bellissimo per fare crescere le idee e anche il business”. Tuttavia, al vertice bilaterale del 16-17 aprile a Washington, un incontro a lungo cercato, Renzi non sarà in grado di offrire al presidente americano uscente la prova di esserci riuscito, di essere passato dalla mimesi dello “yes we can” allo “yes, I delivered”. La percezione dell’establishment americano è che l’Italia si è rimessa in moto grazie a una guida politica determinata a correggere ataviche anomalie, dice chi la settimana scorsa ha incontrato David H. Thorne, ex ambasciatore a Roma e consigliere del segretario di stato John Kerry. Ma il sopracciglio dei funzionari della Casa Bianca s’inarca parlando di progetti di stretto interesse degli Stati Uniti colpiti da recenti provvedimenti giudiziari o legislativi che paiono incomprensibili a degli osservatori stranieri: una réclame negativa investitor-repellente. Si possono solo immaginare i toni imbarazzati della telefonata partita dalla base aerea della Marina americana di Sigonella in Sicilia al dipartimento della Difesa quando, il 1° aprile, la giornata delle burle, gli ufficiali giudiziari hanno recapitato lì, per competenza, il provvedimento di sequestro del sito militare Muos (Mobile user objective system) di Niscemi. Il Tar di Palermo aveva revocato le autorizzazioni edilizie concesse anni fa per costruire la stazione di ricezione e trasmissione che fornirà servizi di comunicazioni ai soldati e ai mezzi militari in diversi teatri di guerra perché – si scopre adesso – sorge in una riserva naturale ed è quindi “abusiva”.

 

E’ un caso speciale di abusivismo che la sonnecchiosa procura di Caltagirone ha preso a cuore ordinando la chiusura. Il progetto è definito “vitale” dalla Marina americana. Il principale contractor è il colosso della difesa Lockheed Martin che, in ambito aerospaziale, opera in joint venture con Finmeccanica. Delle quattro stazioni a terra che disegnano un trapezio immaginario sul globo – le altre in Hawaii, Virginia, Australia – soltanto quella siciliana, un’antenna tesa sul medio oriente all’estremo sud del fronte Nato, non è operativa. I primi collaudi dell’intero sistema satellitare sono previsti all’inizio dell’anno prossimo. I comitati ambientalisti e delle mamme di Niscemi hanno festeggiato la chiusura del “Muostro” che sputerebbe campi elettromagnetici cancerogeni sulla città di 28 mila abitanti, lontani circa sette chilometri dal sito. Non c’è rischio per la salute da quelle antenne per telecomunicazioni, dicono autorità americane e italiane richiamando studi terzi. La parata delle “donne in lotta” comprendeva il rogo dei fantocci di Obama e di Renzi: una manifestazione con slogan antiamericani che vede ben sintonizzati i militanti del Movimento cinque stelle anche se il mammasantissima del partito, Beppe Grillo, che fu accolto dall’ambasciata Usa subito dopo l’elezione dei suoi in Parlamento, non approverebbe i toni. La procura ha indagato sette imprenditori che hanno lavorato su commissione del dipartimento per le opere pubbliche della Us Navy e un ufficiale americano per violazione del codice dei beni culturali e paesaggistici, secondo Repubblica che cita il provvedimento di sequestro siglato dal gip. “E’ assurdo essere indagati dopo avere vinto una gara pubblica, avere costruito con le autorizzazioni del caso, concesse pure dal comune di Niscemi e per di più a lavori ormai finiti – dice Elio Puglisi titolare della Pb Costruzioni srl di Catania che fornì materiale edile – Nell’interrogatorio in procura due anni fa mi fu chiesto ‘se non avevo sentito che c’erano malumori in paese’ ma questo cosa c’entra con un progetto accordato ai massimi livelli tra due stati?”. Il governo lascia che a rimediare all’incidente sia l’Avvocatura dello stato, il vertice dell’apparato burocratico, che ha fatto ricorso contro la decisione del Tar (primo dossier di rilevanza strategica per il neo avvocato generale Massimo Massella Ducci Teri da Arezzo). Ieri il Consiglio di giustizia amministrativa, un tribunale d’appello appendice locale del Consiglio di stato, ha rinviato la decisione nel merito a luglio: il Muos resta sequestrato e interdetto alla frequentazione. Autorità politiche italiane confidano in una sospensiva e denunciano la matrice ideologica all’origine della provvedimento giudiziario. Le autorità americane s’affidano alla giustizia locale e non vogliono alimentare clamore. Il Muos sarà tra i talking points a margine del vertice Renzi-Obama, dice Formiche.net.

 

[**Video_box_2**]La sindrome Nimby (“non nel mio giardino”), congenita e naturale nei comitati di cittadini, comincia a manifestarsi anche in Parlamento quando si parla di petrolio. Le cancellerie anglosassoni guardano con preoccupazione alla volontà delle Camere di perseguire penalmente gli amministratori delle società petrolifere che usano l’air gun per scandagliare i fondali marini attraverso getti di aria compressa utili a mappare i giacimenti di idrocarburi. Significherebbe criminalizzare quella che è una normale procedura nel resto del mondo. Per l’ambasciatore britannico, Christopher Prentice, sono “misure assurde ed estreme che rischiano di cancellare dall’Italia investimenti per 10 miliardi. Mi auguro che il governo le sventi”, ha detto a Repubblica. La diplomazia americana si muove sottotraccia avviando una ricognizione presso le compagnie di stanza in Italia per comprendere il caso, con un occhio alle organizzazioni non governative di casa che avrebbero buon gioco a strumentalizzare il pasticcio italiano sollevando un can-can mediatico. In ballo ci sono gli affari delle inglesi Shell e Rockhopper e delle americane General Electric (ex Nuovo Pignone), AleAnna Resources e Schlumberger, leader globale nel settore esplorativo presente in Italia dal 1951, che per la prima volta quest’anno non ha allestito il suo padiglione alla fiera Offshore Mediterranean conference di Ravenna. Nel ravennate risiede un cluster di multinazionali italiane all’avanguardia nella costruzione di piattaforme off-shore che invocano la soppressione dell’emendamento. Il governo vorrebbe correggere il testo, incardinato nel sensibile disegno di legge sui reati ambientali, ma non è chiaro come potrà farlo senza ridiscutere l’intero atto. E’ una criticità ulteriore rispetto alla lentezza della giustizia civile. La difficoltà di fare rispettare i contratti è il primo caveat per i potenziali investitori americani, secondo l’ambasciatore John R. Phillips, avvocato di rango, a proposito di riforma della giustizia. Per Phillips gli investimenti americani in Italia “non sono sviluppati come dovrebbero essere”: meno della metà di quelli in Francia, un quarto rispetto alla Germania, e dietro a Spagna, Belgio, Svezia e Norvegia.

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