La tesi che piace troppo

Da Hillary a Soros, quell’aristocrazia venale ancora stregata da Piketty

La potenza consolatoria della lotta alla inequality, il dibattito patinato che piace ai liberal e scansa il Capitale. Quella stroncatura marxista del Monde diplomatique che spiega il tic un po’ radical della Clinton
Da Hillary a Soros, quell’aristocrazia venale ancora stregata da Piketty

Thomas Piketty

Roma. “Those already at the top”, cioè “quelli che sono già in cima”. Hillary Clinton ha iniziato la sua campagna elettorale per conquistare la nomination democratica evocando il vituperato “1 per cento” dei più ricchi, parlando dei manager che guadagnano “300 volte” quello che guadagna il lavoratore dipendente medio. Così, cavalcando fin dalle prime apparizioni il tormentone della diseguaglianza crescente nella società americana (e non solo), la Clinton tenterà fra le altre cose di scrollarsi di dosso quel “senso di inevitabilità della sua candidatura” che nel 2008 la portò a essere sconfitta da Barack Obama, ha notato David Axelrod, superstratega che fu dietro l’attuale presidente. Non che l’emergenza sociale che va sotto il nome di inequality, nel 2015, sia poi un tema così originale o da outsider. Lo dimostra il fatto che la stessa Clinton, già la scorsa estate, aveva voluto dire la sua sul tomo-tormentone da cui tutto sembra essere cominciato, “Capital in the Twenty-First Century” dell’economista francese Thomas Piketty. Una volta tradotto in inglese da Harvard University Press, infatti, quel libro – che a suon di statistiche puntava a dimostrare la diseguaglianza crescente in occidente – arrivò alla ribalta dopo che era passato inosservato per mesi nella sua versione originale in francese. Cosa disse allora Clinton allo Spiegel? Che condivideva il Piketty-pensiero, che la diseguaglianza “minaccia la democrazia”, salvo poi dire che nessuno in America si scandalizzava se per un’ora di discorso lei richiedeva 200 mila dollari di gettone perché agli americani interessa più l’eguaglianza di opportunità che quella di reddito. Nel frattempo però Piketty ha continuato a stregare le aristocrazie venali del pianeta, e la Clinton non ne è rimasta immune.

 

Piketty non ha ancora mai smesso di girare per conferenze e presentazioni. La settimana scorsa, per esempio, era a Parigi, a fianco del premio Nobel Joseph Stiglitz e del munifico finanziere di origini ungheresi George Soros, per presentare per l’ennesima volta i “punti principali del mio libro”. E quindi, ovviamente, la mole di dati raccolta “grazie alla generosità di Inet”, cioè il think tank fondato e finanziato dallo stesso Soros; poi “r>g”, cioè il tasso di rendita maggiore di quello di crescita, quindi la ricchezza (il Capitale, come lo chiama l’economista) che si accumula più rapidamente del comune reddito da lavoro. E’ l’armamentario teorico dell’ultimo assalto alla diseguaglianza, che poco si cura delle smentite più o meno dettagliate arrivate in questi mesi. Alla platea parigina, composta di economisti, manager e finanzieri di tutto il pianeta, Piketty suggeriva pure ammiccante di non comprare il libro, piuttosto di “scaricarlo da qualche parte, se riuscite”. Risatine, poi applausi.

 

Intanto però, nella stessa Parigi e negli stessi giorni, va in stampa un saggio marxisteggiante che sul Monde diplomatique, storico mensile della sinistra diretto da Serge Halimi, arriva alla seguente conclusione: “Con Piketty, il Capitale del XXI secolo non corre alcun pericolo”. Il dubbio da cui scaturisce il ragionamento di  Frédéric Lordon, economista marxista, è più che legittimo: com’è possibile che tesi come quelle di Piketty, con tanto di riferimenti espliciti al “Capitale” di Karl Marx, imperversino oggi (quasi senza contraddittorio) sui media borghesi occidentali? Com’è che la battaglia feroce all’1 per cento più ricco, d’un tratto, sollecita l’entusiasmo convergente di personaggi come Soros e Clinton, super ricchi pure loro? Per Lordon, il paradosso si spiega con la “strategia dell’escamotage” messa in campo da Piketty & co.: secondo questi ultimi, il capitalismo mondiale genera diseguaglianza per sua stessa natura; istituzioni, politica e finanzieri c’entrano poco o nulla; i conflitti sociali vanno scansati; quasi tutto si può aggiustare con una corposa imposta patrimoniale, meglio ancora se coordinata a livello globale (dunque impossibile da realizzare). La lotta alla diseguaglianza diventa perfetta per scaldare i cuori, ma in definitiva è “rien de grave, donc”, conclude critico Lordon. Non c’è bisogno di sognare la palingenesi marxista per concordare sull’analisi. Come titolò una volta Politico, quotidiano online di Washington tutt’altro che rivoluzionario, “il libro di Piketty potrebbe salvare i super ricchi da loro stessi”. Pure la Clinton, presentandosi agli elettori, ci spera.

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