Il rigore va un po’ di moda

La vittoria di Merkel si vede nelle manovre restrittive dei compagni

I partiti di sinistra in Grecia, Spagna, Italia fanno i bulli solo a parole. Pure il Labour inglese promette risparmi. Auf Wiedersehen spese pazze
La vittoria di Merkel  si vede nelle manovre restrittive dei compagni

Angela Merkel (foto LaPresse)

Roma. Se dopo le elezioni del 7 maggio si installerà a Downing Street, il laburista Ed Miliband promette di tagliare ogni anno il deficit pubblico (oggi intorno al 5 per cento del pil), fino a raggiungere il pareggio nel 2020. D’accordo, è una promessa elettorale per allontanare l’accusa tradizionale di partito dalle mani bucate; e promessa anche di facile attuazione se l’economia inglese continuerà a crescere al ritmo impresso dai conservatori. Né comporta revisioni della Costituzione o vincoli tipo Fiscal compact: Londra non è nell’Eurozona, tiene un piede sulla porta della Ue ed è sempre stata alla larga dall’ortodossia contabile imposta sul continente da Angela Merkel, pur avendo tagliato per prima (grazie ai Tory) molti sprechi di spesa. Agli antipodi non solo geografici dell’Europa, anche il ministro dell’Economia di Atene, Yanis Varoufakis, pur con degli alfieri dell’antirigore come il finanziere George Soros e il premio Nobel Joseph Stiglitz, annuncia che la Grecia, per quanto oggi “radicale” e “di sinistra”, non tornerà più al vecchio governo in deficit. “Il pareggio di bilancio ci rende indipendenti dai mercati”. Lo farà da sinistra – con privatizzazioni “non selvagge” e salvaguardando il sistema pensionistico – e sempre che il governo di Syriza non sia travolto prima. Tra i due estremi si collocano i socialisti spagnoli di Pedro Sánchez. Il suo predecessore alla guida del Psoe ed ex primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero nel 2011 modificò l’articolo 135 della Costituzione, con l’appoggio del Partito popolare che poi avrebbe vinto le elezioni, vincolando lo stato centrale e le autonomie regionali a rispettare un piano europeo a rientrare dal disavanzo.

 

Allora il problema della Spagna non era tanto il debito quanto appunto il deficit, che nel 2009 aveva toccato l’11 per cento. Nel 2014 la Spagna ha centrato per la prima volta il target del 5,8 per cento, migliorandolo anzi di un decimale, e soprattutto l’economia cresce oltre le stime. Ora Sánchez, incalzato dall’estrema sinistra di Podemos, dice che quella riforma, imposta dalla Germania, “fu un errore”. Ma più che cancellarla, a ben vedere, promette di “blindarla” con garanzie retoriche attorno al mantenimento del welfare.

 

Anche qui equilibrismi a sinistra tra elettorato e mercati? Mai come a Parigi, dove il governo socialista, pur scostandosi perennemente dal piano di rientro europeo, migliora il deficit dal 4,4 al 4 per cento (di avanzo neppure a parlarne); intanto però il premier Manuel Valls, succeduto l’anno scorso all’irresoluto Jean-Marc Ayrault, come prima cosa ottenne le dimissioni del troppo gauchista e antimerkeliano Arnaud Montebourg dal governo.

 

Quanto all’Italia di Matteo Renzi, grandi discorsi sui decimali in più, ma nessuno nella sinistra di governo pensa di ridiscutere alla radice il piano antideficit. Certe cose, al massimo, vanno bene per animare le primarie di partito. Il Fiscal compact, introdotto dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, inserito nella Costituzione sotto il governo di Mario Monti con voto trasversale Pdl-Pd, si trasmuta così in garbata flessibilità, e tanto basta. Del resto se pure il debito italiano è enorme, c’è da vent’anni un avanzo primario (cioè al netto degli interessi sul debito pubblico pregresso).

 

Insomma, la dottrina Merkel sembra avere vinto: nonostante l’overdose di austerity che ha spesso (ma non per chi si è avvantaggiato nelle riforme) schiacciato la crescita. La cultura del deficit spending, della spesa pubblica finanziata da nuovo debito, pare per il momento – e ormai da qualche anno – uscita dagli schermi radar delle allegre sinistre europee. Anche ora che grazie alla Banca centrale europea di Mario Draghi e ai suoi acquisti di bond per 60 miliardi di euro al mese sarebbe teoricamente più facile piazzare titoli di stato. Avere eliminato queste vecchie abitudini è forse la vera lezione della cancelliera Angela Merkel.

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