I tesoretti esistono solo nelle fiabe

Cosa non deve mancare a Renzi per usare lo zuccherino fiscale senza populismi. Oggi, con l’euro debole e i conti strutturalmente in ordine, il governo italiano può consentirsi qualche margine di flessibilità in più, con tanto di via libera della Commissione europea, intervenuta ieri per bocca del commissario Dombrovskis.
I tesoretti esistono solo nelle fiabe

Matteo Renzi con Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

I tesoretti – Matteo Renzi ne è consapevole – non esistono, se non nelle fiabe per bambini e nelle storie piratesche. Le scelte di politica fiscale sono meno immaginifiche: meno tasse o più tasse, meno spesa o più spesa, più debito o meno debito e così via. Oggi, con l’euro debole e i conti strutturalmente in ordine, il governo italiano può consentirsi qualche margine di flessibilità in più, con tanto di via libera della Commissione europea, intervenuta ieri per bocca del commissario Dombrovskis. E’ dunque comprensibile che il presidente del Consiglio pensi a misure di stimolo che consentano di consolidare i segnali di ripresa, ancora timidi e altalenanti (l’indice della produzione industriale segna più 0,6 per cento a febbraio rispetto a gennaio, ma è in calo rispetto allo stesso periodo del 2014), e di dare uno zuccherino all’opinione pubblica. Più che tesoretto, dunque, dovremmo proprio definire “zuccherino” la decisione del governo di allentare leggermente le maglie del bilancio, peggiorando programmaticamente il rapporto deficit/pil dello 0,1 per cento per il 2015, passando dal 2,5 al 2,6 per cento. Si liberano circa 1,6 miliardi annui rispetto all’andamento tendenziale della spesa pubblica: poca roba in confronto al bonus Irpef da 80 euro che vale una decina di miliardi all’anno, ma sufficiente per animare il dibattito che porterà alle elezioni regionali di fine maggio. Che capolavoro di comunicazione del presidente del Consiglio.

 

Ciò detto, ci sono zuccherini e zuccherini. Sarebbe molto utile puntare su interventi di riduzione della pressione fiscale su lavoro e impresa. Siccome 1,6 miliardi di euro sono oggettivamente pochi per tagliare in modo stabile ed efficace le aliquote delle imposte dirette (prima o poi però ci si dovrà arrivare…), una soluzione opportuna potrebbe essere quella di destinare i fondi a un obiettivo specifico e mirato. C’è chi ha proposto un robusto bonus fiscale sugli investimenti d’impresa in ricerca e sviluppo. Se invece, come ha dichiarato il ministro Pier Carlo Padoan, l’esecutivo mira a un intervento contro la povertà, perché non finanziare con quelle risorse borse di studio per università e dottorati di ricerca di studenti provenienti da famiglie meno abbienti? Infine, se Renzi chiedesse consiglio ai suoi amici finanziari Davide Serra e Marco Carrai, probabilmente costoro gli suggerirebbero la costituzione di un fondo di fondi di venture capital, grazie al quale promuovere start up innovative e tecnologicamente avanzate. Sarebbe invece un’occasione sprecata destinare quel miliardo e seicento milioni a semplici misure spot di spesa pubblica. In questi giorni stiamo assistendo a una fiera delle idee: tutti propongono di usare gli 1,6 miliardi per questa o quella spesa, da Matteo Salvini, leader della Lega nord, che ricicla i sempreverdi esodati a Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, che parla genericamente di “investimenti per l’occupazione”, passando per Pippo Civati della minoranza del Pd che rilancia il reddito minimo. Nessuno nega che vi siano interventi di spesa da irrobustire e valorizzare, ma è buona regola che ciò avvenga attraverso una contestuale riduzione di altre spese improduttive, non con il maggior deficit. A questo serve peraltro la revisione della spesa pubblica di Yoram Gutgeld e Roberto Perotti, o no?

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