Teheran calling

E’ bastato che i paesi occidentali abbozzassero la cornice di un accordo per garantire la natura pacifica del programma nucleare iraniano ed eliminare gradualmente le sanzioni economiche a Teheran per risvegliare le imprese italiane.
Teheran calling

I ministri dell'Estero di Italia e Iran, Paolo Gentiloni e Mohammad Javad Zarif (foto LaPresse)

Roma. E’ bastato che i paesi occidentali abbozzassero la cornice di un accordo per garantire la natura pacifica del programma nucleare iraniano ed eliminare gradualmente le sanzioni economiche a Teheran per risvegliare le imprese italiane le cui attività nel paese islamico sono state finora frustrate. L’Italia è il secondo fornitore europeo dell’Iran dopo la Germania e potrà ambire a ricostruire la posizione ante sanzioni. “Abbiamo da recuperare un export da 8 miliardi di euro l’anno che oggi si è praticamente azzerato”, ha detto Licia Mattioli, dirigente di Confindustria. Le esportazioni sono calate del 44 per cento dopo due round di sanzioni (2006 e 2012) pari a 15 miliardi di euro persi, secondo i calcoli di Sace, banca di credito all’export della Cdp. Le tempistiche dell’attenuazione delle sanzioni fino all’eventuale revoca sono incerte (a cavallo tra questo e il prossimo anno).

 

Tuttavia gli investitori di Borsa prevedono un impatto positivo sul settore dell’estrazione degli idrocarburi (l’Iran detiene il 10 per cento delle riserve mondiali di greggio e il 15 di gas naturale). Eni, storica presenza amica dell’Iran, potrebbe spuntare nuove commesse, anche per Saipem, mentre Saras, le raffinerie sarde dei Moratti, si adatterebbe bene alla lavorazione del solforoso greggio iraniano, una volta libero dall’embargo, dice Mediobanca. Piazza Affari ha avuto un sobbalzo anche osservando la Landi Renzo, azienda emiliana fondata nel 1954 forte nell’impiantistica per motori a Gpl e metano, quotata a Piazza Affari, che ha subìto una contrazione del fatturato in Iran (ora il 2 per cento del totale) e da poco ha riattivato le forniture. La collaborazione bilaterale ha radici storiche nel settore metallurgico.

 

L’industria pubblica italiana ha trasferito tecnologia durante la metà del secolo scorso sviluppando la siderurgia sotto l’ultimo Scià Reza Pahlavi. La Italimpianti, costola dell’Iri, ha costruito lo stabilimento siderurgico di Mobarakeh. La lombarda Techint, multinazionale dell’acciaio, l’ha presa in eredità e ha contribuito a modernizzarlo. Danieli di Brescia, costruttrice di impianti di laminazione, ha rapporti cordiali con Teheran istituiti dalla matriarca Cecilia negli anni 80-90. Oggi la società opera in Iran grazie alla sua filiale cinese. L’Italia ha avuto un atteggiamento bipolare nei confronti del regime ieratico, seguendo l’adagio romano “pecunia non olet” con alcune figure chiave nello sviluppo delle relazioni bilaterali, tenute vive attraverso manifestazioni pubbliche di reciproco interesse. Tre anni dopo l’accordo di cooperazione sull’asse Roma-Teheran sancito dal governo Prodi – il primo rappresentante europeo a recarsi in missione dopo la rivoluzione islamica del 1979 – nel 1999 viene creata la Camera di commercio italo-iraniana, una delle più corpose, oggi presieduta dall’ambasciatore Jahanbakhsh Mozaffari, un falco antisraeliano, che include nel consiglio di amministrazione, oltre a politici e diplomatici, manager di imprese partecipate dallo stato (come Massimo d’Aiuto, presidente di Simest e Ignazio Moncada, ad di Fata, impianti industriali di Finmeccanica, senza progetti o trattative in corso in Iran ufficialmente dal giugno 2014) e manager bancari (Mario Erba, Popolare di Sondrio, Francesco Ripandelli, Mediobanca) nonostante l’attività creditizia sia oramai quasi azzerata.

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