Francia o Spagna, purché se taglia

Il Def di Renzi, le nuove tasse rinviate, la spending sottovoce. Ora la scelta: stasi in stile Parigi o riforme sprint come Madrid
Francia o Spagna, purché se taglia

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. “Né tasse né tagli”, ha insistito ieri Matteo Renzi presentando la cornice del Documento di economia e finanza (Def) e del Programma nazionale di riforma (Pnr). Venerdì il Consiglio dei ministri entrerà nel dettaglio, poi si cercherà di negoziare con la Commissione europea una maggiore “flessibilità”, anche se ieri – nonostante discussioni proseguite fino all’ultimo – si è deciso di mettere nero su bianco che il pareggio di bilancio strutturale sarà raggiunto nel 2017. Come da programma. Ancora più si è intignato Pier Carlo Padoan nel respingere le accuse di aumento della pressione fiscale, come risulterebbe dai dati dell’Istat. “E’ un falso” ha scandito il ministro dell’Economia.

 

Certo badando a non dare del bugiardo all’Istituto di statistica – che fa fede a livello europeo – ma alla modalità di conteggio del bonus di 80 euro: uno sgravio fiscale secondo il governo, un aumento di spesa per i contribuenti secondo l’Istat.

 

Renzi definisce poi “stravagante” la levata di scudi di regioni e comuni: “Nel piano non ci sono tagli per il 2015. Punto. Che poi nel 2016, 2017 e 2018 la revisione della spesa debba continuare è un dato di fatto”. E la revisione prevede un taglio alle spese degli enti locali indipendente dall’andamento del pil, per il quale il governo migliora leggermente le stime: più 0,7 quest’anno, più 1,4 il prossimo, più 1,5 il successivo. E però nella prima delle sette schede che i ministri hanno trovato sul tavolo – “Azioni di riforma a livello nazionale” – si legge: “Concorrono ai tagli della spesa anche le regioni con un contributo migliorativo alla finanza pubblica di circa 3,5 miliardi in ciascun esercizio, quelle a statuto ordinario, e di 550 milioni circa, quelle a statuto speciale”. E poi: “Il contributo netto degli enti locali ammonta a 1,1 miliardi per il 2015, 2,1 per il 2016 e 3,1 per il 2017”. Dunque tagli subito? La lamentela di presidenti regionali e sindaci è trasversale, dai Pd Sergio Chiamparino, Piero Fassino, Ignazio Marino, i primi due con posizioni di comando nelle lobby di regioni e comuni, al leghista Luca Zaia, tutti con supporter tra i democratici e in Forza Italia. Lamentela però indebolita da annunci tipo quelli della giunta romana sul taglio dei servizi sociali proprio mentre viene presentato un piano-buche per il Giubileo dal costo di un miliardo in tre anni. Piagnistei già sentiti, ai quali Renzi risponde che l’imminente riforma della Pubblica amministrazione dovrà sia ridurre le aziende partecipate – si comincerà da quelle in deficit cronico e con unico committente (comune o regione) – sia con il blocco delle assunzioni, la mobilità, il taglio di dirigenti e consulenze. Certo, per Roma Capitale è difficile giustificare i suoi 62 mila dipendenti diretti e “partecipati”.

 

[**Video_box_2**]Ma è anche vero che nelle schede renziane i tagli di spesa centrale restano da riempire, spazi per ora vuoti evidenziati in giallo. E’ certo, per ora, che nel 2016 non scatteranno le temute clausole di salvaguardia, tasse che pesavano quanto l’1 per cento di pil. Come si fa? Contando sul vento in poppa (crescita maggiore e rendimenti più bassi) e “grazie ai risparmi della revisione della spesa”, scrive Palazzo Chigi. Una prima timida risposta alla critica di fondo mossa tra gli altri da Luca Ricolfi sul Sole 24 Ore e dal Wall Street Journal. Da qui a settembre, il momento della legge di stabilità, si capirà definitivamente la scelta di Renzi di fronte al bivio: può imboccare la direzione della Spagna, oppure quella della Francia, i due altri paesi dell’Eurozona con disavanzi elevati, rispettivamente il 5,5 ed il 4 per cento. Ma Madrid, facendo molte riforme (e con un po’ di aiuti europei alle banche) torna in rotta prima del previsto, e mette a segno una crescita stimata vicina al 3 per cento nel 2015. Parigi, con la sua inazione, cresce a livello italiano. La Spagna ha adottato una riforma del lavoro che non distingue tra pubblico e privato, tra vecchi e nuovi assunti, a differenza del Jobs Act. E ha tagliato i costi delle orgogliose regioni autonome (altro che enti locali). La Francia discute ancora delle 35 ore lavorative. Renzi vuole essere più francese o più spagnolo?

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