Datemi un’app e vi batterò le lobby. Liberalizzare nell’èra Uber

Gordon Tullock, economista alla George Mason University morto lo scorso anno, durante le sue lezioni forniva esempi a non finire per illustrare la posizione di forza dei gruppi di pressione che difendono “benefici concentrati e caratterizzati da costi diffusi”.
Datemi un’app e vi batterò le lobby. Liberalizzare nell’èra Uber

L'App di Uber (foto LaPresse)

Roma. Gordon Tullock, economista alla George Mason University morto lo scorso anno, durante le sue lezioni forniva esempi a non finire per illustrare la posizione di forza dei gruppi di pressione che difendono “benefici concentrati e caratterizzati da costi diffusi”. Eccone uno dei tanti utilizzati dal teorico della Public choice. Un tempo negli Stati Uniti esisteva un dazio doganale per proteggere i produttori di mentoniere per violini. Per gli acquirenti di violini che a causa di questo dazio erano costretti a pagare due o tre centesimi di dollaro in più per ogni strumento, quel costo aggiuntivo era troppo contenuto per spingerli a fare lobby in modo da abolire il dazio. Il produttore di quella piccola parte del violino, invece, era così interessato al mantenimento del dazio da essere l’unico a marcare stretto i parlamentari, l’unico pure ad andare al Senato a testimoniare a favore del balzello. E’ la dimostrazione che quando un piccolo gruppo di persone è fortemente investito da una decisione collettiva o da una legge, allora organizzarsi per tutelarsi gli conviene. Quando invece una norma incide soltanto in maniera lieve su un grande numero di persone, queste ultime difficilmente troveranno l’incentivo a unire gli sforzi per cambiare le cose. Il meccanismo è ben noto ai tanti fortini corporativi presenti nelle nostre economie avanzate, Italia inclusa. Non fanno eccezione i soliti tassisti – sulla carta di certo non il più temibile tra i gruppi organizzati – con il loro sistema di licenze centellinate dall’autorità pubblica per poter operare, scampati non a caso a lenzuolate o fazzoletti di liberalizzazioni. Senza contare che i fautori di una maggiore apertura del mercato potranno pure ripetere di avere a cuore gli interessi delle maggioranze incoalizzabili, ma nell’agone politico dispongono di armi un po’ spuntate: promettono per il futuro costi più bassi dei farmaci, ammesso che si consenta di venderne alcuni nei supermercati; promettono un accesso più agevole alle professioni, a patto che siano abolite inutili barriere all’ingresso, eccetera. Per quanto a volte ragionevoli, i fan delle liberalizzazioni esigono dai concittadini un piccolo atto di fede in un mondo migliore che verrà; questo li indebolisce ulteriormente a dispetto dei pochi e ben organizzati sostenitori dello status quo.

 

L’arrivo di Uber in Italia, app per il servizio di trasporto automobilistico alternativo ai vecchi taxi, per la prima volta incrina questi meccanismi. Non a caso i tassisti appaiono a tratti indemoniati. Uber infatti si è infilata negli interstizi legislativi finora esistenti (anche se, come anticipiamo sul Foglio.it, pure la battaglia legale alla Commissione Ue è in salita per la società di San Francisco), e ha iniziato comunque a offrire il suo servizio. Migliaia di cittadini se ne sono accorti, a Roma come a Milano, e già beneficiano delle auto senza insegne. E’ un po’ come se i violinisti di cui parlava Tullock, d’un tratto, avessero potuto rifornirsi di violini più convenienti almeno in qualche negozio. Non solo: per godere degli effetti di una liberalizzazione del trasporto pubblico locale, a questo punto, non sono più necessari atti di fede verso le teorie di chissà quale curioso liberista. Il “mondo migliore”, con una offerta più varia e prezzi modulabili per spostarsi nelle nostre città congestionate, è già a disposizione dei consumatori, hic et nunc. Guai a tornare indietro, questa volta potrebbero essere i cittadini qualunque a coalizzarsi.

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