Google, Alibaba & Co. Ora Berlino teme per la sua manifattura

Tra i 20 colossi mondiali tecnologici, zero gruppi europei. Il precedente del treno perso sui telefonini. Uno studio di Roland Berger
Google, Alibaba & Co. Ora Berlino teme per la sua manifattura

Berlino. A metà marzo, ospite del salone delle nuove tecnologie CeBit a Hannover, il fondatore del gigante cinese dell’e-commerce Alibaba, Jack Ma, spiegava che la forza e la stabilità di gruppi come Siemens e Mercedes rappresentano un modello per l’economia digitale. Sono venuto al CeBit, affermava Ma, “perché voglio trovare questo tassello mancante per il puzzle internet”. Parole come queste rischiano di appartenere definitivamente al passato se l’industria tedesca e quella europea nel suo complesso dovessero perdere il treno dell’innovazione digitale. Il pericolo è che giganti industriali giudicati oggi inaffossabili si vedano superati da attori come Google o Apple, con pesanti ripercussioni sull’intero sistema economico. L’allarme arriva da uno studio condotto dalla società di consulenza Roland Berger per conto della Bdi, la Confindustria tedesca. Se dovesse lasciarsi scappare le chance offerte dalla trasformazione digitale, l’industria europea potrebbe risentire nei prossimi anni di una perdita del valore aggiunto lordo pari a 605 miliardi di euro. Per la sola Germania, paese in cui oggi il settore manifatturiero conta per il 22 per cento della produzione economica (gli Stati Uniti arrivano appena al 12), la perdita ammonterebbe a 220 miliardi di euro entro il 2025, di cui 140 nell’industria automobilistica e della logistica. Al contrario, se dovesse sfruttare con successo le opportunità insite nei processi produttivi interconnessi e nei nuovi modelli di business, l’industria europea potrebbe incrementare nei prossimi dieci anni il proprio valore aggiunto lordo di 1.250 miliardi di euro.

 

La formula che Roland Berger usa nello studio è chiara: “Niente reindustrializzazione senza digitalizzazione”. A oggi, nella lista delle prime venti aziende tecnologiche e di internet al mondo, non compare neanche una società europea. La Cina è riuscita in tempo relativamente breve a piazzare diverse aziende nella top 20, ma a farla da padrone restano gli Stati Uniti. I big della Silicon Valley hanno compreso il potenziale nascosto in segmenti a loro inizialmente estranei e agiscono di conseguenza. Basti pensare a Google, che “ha da tempo scoperto il settore manifatturiero come terreno di crescita”, si legge nel documento. Il motore di ricerca ha acquisito per esempio otto società di robotica, nonché il costruttore di termostati intelligenti Nest e lo specialista di droni Titan Aerospace e continua a lavorare a un’auto senza conducente. Il timore è che possa ripetersi la parabola dell’industria europea dei telefonini: fino a un decennio fa Alcatel, Nokia e Siemens erano considerate global player con un futuro radioso; oggi non giocano più alcun ruolo di rilievo, con l’ex leader di mercato Nokia costretta a vendere la sua divisione mobile a Microsoft. Come evitare che anche altri segmenti incorrano nello stesso destino e che la “quarta rivoluzione industriale”, cioè l’ulteriore automazione e interconnessione dei processi produttivi e la creazione di “fabbriche intelligenti”, non si trasformi in una débâcle per l’Europa? Lo studio sollecita una maggiore cooperazione a livello europeo, per esempio attraverso una “Digital Valley”, una piattaforma virtuale per migliorare l’interconnessione dell’economia digitale; la nascita di un mercato digitale unico con regole comuni; un potenziamento dell’infrastruttura digitale e in particolare della banda larga; una nuova legislazione europea armonizzata in materia di protezione dei dati, nonché maggiori investimenti nel futuro digitale. L’America investe ogni anno 17,5 miliardi di euro in capitale di rischio, contro i 3,5 del Vecchio continente. Nella stessa Germania quest’anno verrà destinato per la prima volta oltre mezzo miliardo di euro alla digitalizzazione; secondo lo studio, la trasformazione digitale del “cuore industriale” della Repubblica federale richiedebbe però 3,5 miliardi di euro l’anno.

 

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