Qual è il senso delle sculacciate di Delrio al mezzogiorno piagnone

Agli sforzi governativi si sommi il superamento della pigrizia imprenditoriale e delle resistenze passatiste. Non è più ammissibile in tutte le regioni del paese, e soprattutto nel mezzogiorno, che risorse stanziate da anni per opere pubbliche non vengano ancora spese e che in molti casi non si disponga neppure di progetti preliminari.

 

Qual è il senso delle sculacciate di Delrio al mezzogiorno piagnone

Graziano Delrio (foto LaPresse)

Non è più ammissibile in tutte le regioni del paese, e soprattutto nel mezzogiorno, che risorse stanziate da anni per opere pubbliche non vengano ancora spese e che in molti casi non si disponga neppure di progetti preliminari. Il sud quest’anno potrebbe crescere più del nord, a condizione che sappia spendere i residui fondi del periodo 2007-2013, e che faccia partire una buona programmazione di quelli per il ciclo 2014-2020. Ma anche le imprese dovranno fare sino in fondo la loro parte: non hanno più alibi, visto l'attivismo del governo per agevolarne l’attività.  

 

Questa è la lezione che si trae dalle dichiarazioni, in alcuni passaggi anche molto dure, rilasciate nei giorni scorsi dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, durante il convegno svoltosi all’Università di Bari sul volume "L’economia reale nel Mezzogiorno", curato per la Fondazione Edison dai professori Quadrio Curzio e Marco Fortis, al quale ho collaborato (editore il Mulino).

 

Nell’anno in corso "il pil del sud potrebbe raggiungere anche il 2 per cento a fronte di un più 0,8 per cento stimato al momento per il paese", e Delrio ha motivato tale affermazione riferendosi non solo ai fondi comunitari 2007-2013 ancora da spendere e al nuovo ciclo di programmazione di risorse della comunità europea che sta partendo, ma anche allo Sblocca Italia e ai segnali incoraggianti che giungono da diversi settori industriali i cui impianti maggiori sono localizzati proprio nel sud, come ad esempio i due siti della Fiat Chrysler a Pomigliano e Melfi e quello della Sevel (Fiat-Peugeot) in Val di Sangro in Abruzzo. Anche altri comparti stanno ritrovando slancio trainati in prevalenza dalle esportazioni come l’agroalimentare, l’abbigliamento, la chimica fine e la meccanica pesante.

 

Tuttavia da pochi giorni è in via di spegnimento l’Afo 5 all’Ilva di Taranto, per essere adeguato alla nuova Aia (a data da definire), e questo inciderà sulla produzione complessiva del siderurgico ionico (sforna il 50 per cento della ghisa) che al momento in marcia con i soli altiforni 2 e 4; anche il numero 1 è in fermata tecnica. Contemporaneamente però sono in procinto di partire i lavori di "ambientalizzazione" nello stabilimento con l’impiego di centinaia di milioni di euro che alimenteranno il lavoro di piccole e medie imprese di impiantistica e subfornitura.

 

Proseguono inoltre in Basilicata gli investimenti di Eni e Total sui campi petroliferi della Val d’Agri e dell’alta valle del Sauro, mentre si accelerano le procedure per sbloccare i progetti Tempa Rossa a Taranto e Tap nel Salento, contro i quali invece l’estremismo ambientalista locale sta combattendo una irriducibile battaglia ostruzionistica volta ad impedirne la realizzazione.


 
Insomma, se da un lato l’esecutivo sta accelerando investimenti rallentati o fermi da tempo, dall’altro dovranno essere le forze imprenditoriali del mezzogiorno a utilizzare tutte le provvidenze previste dal governo e approvate dal parlamento per favorire crescita e occupazione. Larga parte delle imprese meridionali – come è emerso anche nel convegno – hanno capacità di esportazioni di gran lunga superiori a quelle sinora manifestate e sta alla loro intraprendenza e determinazione toccare livelli più elevati.


 
Non sono più ammessi alibi al riguardo: possiamo lasciarci alle spalle gli anni più bui della recessione solo con uno scatto di reni che coinvolga in profondità i tessuti imprenditoriali locali, superando vecchie abitudini, pigrizie operative, tradizioni di lavoro che, se continuate per inerzia, rischiano ormai di rallentare sino alla stagnazione l’attività di imprese che, invece, hanno bisogno di esprimere tutto il loro potenziale. Del resto non abbiamo già esempi di pmi del sud che proprio nell’ultimo quinquennio hanno compiuto passi da gigante?                                                                                                      
 

 

Federico Pirro (Università di Bari - Centro studi Confindustria Puglia)

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