L’Italia e l’ascesa cinese in questo secolo (ancora) americano

Sarà vero che “il secolo americano sopravviverà all’ascesa della Cina”, come ha scritto sul Financial Times Joseph Nye, politologo a Harvard e capo del gruppo statunitense della Trilateral, il think tank di rapporti strategici tra Stati Uniti, Europa e Giappone.
L’Italia e l’ascesa cinese in questo secolo (ancora) americano

Il presidente del Consiglio incontra il primo ministro della Repubblica Popolare della Cina, Li Keqiang lo scorso ottobre (foto LaPresse)

Sarà vero che “il secolo americano sopravviverà all’ascesa della Cina”, come ha scritto sul Financial Times Joseph Nye, politologo a Harvard e capo del gruppo statunitense della Trilateral, il think tank di rapporti strategici tra Stati Uniti, Europa e Giappone. Nye osserva che in passato sono stati sopravvalutati Urss e Giappone, e quanto all’oggi l’America mantiene la supremazia economica, militare e nel “soft power” – termine di successo ideato dallo stesso Nye che identifica relazioni, valori e capacità di attrazione. Ma nonostante l’invidiabile ripresa americana Wall Street ha preso a innervosirsi per l’indebolimento dell’euro sul dollaro prodotto dal Quantitative easing di Mario Draghi, che giovedì, in audizione parlamentare a Roma, ha rivendicato la natura dell’espansione monetaria in quanto incentivo e non deterrente alle riforme (“chi più ne fa, coglie l’occasione”). Le previsioni negative sulle prossime trimestrali assillano le corporation americane, mentre va a gonfie vele l’export dell’Italia in Usa (più 50 per cento).

 

Più di tutto, alla concorrenza valutaria si aggiungono il nodo dei rapporti con la Russia e la sindrome cinese. Cose che toccano direttamente l’Italia e Matteo Renzi, il quale venerdì 17 aprile sarà ospite di Barack Obama. Visita che cade poco dopo il takeover lanciato da ChemChina sulla Pirelli: e mentre la finanza specula su una contro-Opa con sponde americane, è certo che Marco Tronchetti Provera, prima di informare Renzi, era volato a Washington per tranquillizzare le autorità Usa sia sui cinesi sia sulla presenza della russa Rosneft, oggetto delle sanzioni antirusse volute da Obama. Per il premier italiano l’afflato obamiano che contagiò i giovani politici europei di sinistra sembra appannato – com’è del resto appannato Obama – mentre il dossier Italia-Usa s’è fatto voluminoso. E in cima non ci sono i 100 miliardi che la Cina vuole investire da noi. La questione numero uno si chiama Russia, con le sanzioni che Renzi vorrebbe finissero in estate. Né è sfuggito al dipartimento di stato quell’aggettivo “decisivo” più volte scandito al Cremlino dal premier, per sottolineare il ruolo di Vladimir Putin nel medio oriente e nella crisi libica. Putin è il più forte supporter del leader egiziano al Sisi, protettore del governo libico di Tobruk, con Francia e paesi del Golfo: un asse nel quale l’Italia intende inserirsi mentre gli Usa sponsorizzano una soluzione Onu, magari corredata da altre sanzioni per imporre alle parti di sedersi al tavolo. Ucraina e Libia sono i primi due punti dell’agenda Obama-Renzi, e per l’Italia già penalizzata dalle sanzioni alla Russia (meno 29 per cento l’export nel 2014), un nuovo embargo al paese strategico per l’Eni sembra inaccettabile.

 

[**Video_box_2**]Altro dossier sensibile è Drs, controllata Usa di Finmeccanica, comprata a caro prezzo ai tempi di Pier Francesco Guarguaglini con lo scopo di garantirsi tecnologia e commesse. Operazione in perdita non solo dal punto di vista finanziario: le tecnologie Drs sono rimaste blindate dal Pentagono, e commesse che parevano acquisite sono evaporate (il famoso elicottero presidenziale e per la marina cancellato proprio da Obama). Mauro Moretti, ad nominato da Renzi, medita di “restituire” la Drs: pane per i denti di banche e governo americani. E però, in fondo, mood opposto al progetto attribuito a Sergio Marchionne di cedere Fca alla General Motors, dopo il grande risanamento di Chrysler con prestiti americani. Ancora: l’Italia, con Gran Bretagna, Germania e Francia ha aderito come socio fondatore della Asian infrastructure investment bank, lanciata dalla Cina per investire nei paesi emergenti. Iniziativa che ha indispettito la Casa Bianca in quanto concorrenziale alla World bank controllata dagli Usa. Un’altra prova di indipendenza dal punto di vista europeo, mentre vanno per le lunghe i colloqui per creare un’area di libero scambio con l’America.

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