La fame di Guerra

Il supermanager corteggiato da Farinetti. Cercasi ad di Eataly. L’ex top manager di Luxottica starebbe accarezzando l’idea di un incarico apicale “per almeno tre anni”. Impegno con Renzi solo nel 2015 - di Alberto Brambilla
La fame di Guerra

Andrea Guerra (foto LaPresse)

Roma. A quattro mesi dalla nomina a consigliere strategico del premier Matteo Renzi, Andrea Guerra sta sondando alternative professionali fuori da Palazzo Chigi. Tra queste, l’ex top manager di Luxottica starebbe accarezzando l’idea di un incarico apicale in Eataly  “per almeno tre anni”, dicono al Foglio due fonti a conoscenza del progetto. Potrebbe ambire alla carica di amministratore delegato al posto del fondatore della catena di ristoranti e mall del cibo Oscar Farinetti. Farinetti aveva fatto intuire di volere lasciare la guida del gruppo a 60 anni (già compiuti lo scorso settembre) oppure – altra ipotesi – una volta che la sua creatura sarà sbarcata in Borsa. Interpellato, smentisce l’arrivo di Guerra. Quest’ultimo, chiamato a dicembre da Renzi per sbrogliare vari dossier, dalla banda larga, al difficoltoso salvataggio dell’acciaieria Ilva, pur avendo un ottimo rapporto con il presidente del Consiglio fa fatica ad accettare le difficili condizioni di lavoro createsi a Palazzo Chigi (con i consiglieri economici del premier il rapporto ha alti e bassi) e ha scelto, comunque andranno le cose, di fissare per la fine del 2015 il suo impegno con Renzi. Indiscrezioni (non confermate) davano come probabile un suo ritorno nel settore lusso, direzione Armani, a febbraio è entrato nel board di Coach, maison americana di pelletteria, e il suo nome viene spesso lanciato (non di rado a sproposito) per incarichi istituzionali (dalla Rai alle infrastrutture). Tuttavia il capitale di contatti accumulato da Guerra in dieci anni a Luxottica può giovare a sviluppare la prossima sfida di Farinetti.

 

L’obiettivo è il debutto di Eataly in Borsa entro il 2017 a patto che la società riuscirà a raddoppiare la redditività, portando il margine operativo da 45 a 100 milioni di euro. Molto dipende dal successo di Expo 2015, dove Eataly gestirà venti ristoranti, e del parco tematico Fico, un “luna park del cibo” in costruzione a Bologna. Prima della quotazione bisognerà attendere l’apertura dei nuovi store a Londra, Parigi, Mosca, Los Angeles, e il raddoppio a New York. Farinetti e soci, pionieri dell’industria della ristorazione italiana su scala globale, sanno che i profitti crescono proporzionalmente al numero di negozi aperti. A coordinare lo sbarco è Giovanni Tamburi, banchiere scoperto da Carlo De Benedetti e Guido Roberto Vitale, ad della Tamburi Investment Partners di Milano, finanziaria di partecipazioni che insieme ad altri quindici investitori ha speso 120 milioni per il 20 per cento della Eatinvest, holding madre di Eataly partecipata per la quota di maggioranza dai figli di Farinetti Nicola, Andrea e Francesco. Tamburi è nel cda di Amplifon insieme con Guerra.

 

Farinetti e Guerra sono già partner d’affari nella cultura (“de sinistra”). Il manager, uscito da Luxottica con corposa liquidazione, ha appena acquistato il 10 per cento della Scuola Holden, fucina di scrittori, attori e registi molto “cool” fondata dal romanziere Alessandro Baricco a Torino nel 1994. Eataly media, altra branca della galassia farinettiana, ha in portafoglio il 22,5 per cento delle quote. La società dedicata al più popolare romanzo di Salinger ambisce a formare, a prezzi non così popolari, la prossima generazione di premi Strega (e non solo), con il sostegno dei finanziamenti degli enti locali e del comune di Torino, che concede la sede. Il milieu culturale piemontese è familiare al fondatore di Eataly, originario di Alba, amico del presidente di regione Sergio Chiamparino; da sindaco spianò la strada (burocratica) per portare le prelibatezze di Farinetti sotto la Mole. Una distrazione letteraria e mangereccia possono essere un sollievo per Guerra, impegnato a tentare di tappare le molteplici falle finanziarie e operative dell’acciaieria Ilva. Guerra, con poteri paragonabili a un ministro dello Sviluppo ombra, ha messo la faccia sul risanamento della prima azienda per numero di addetti del paese; per riuscirci ha posto ai vertici due fidati manager conosciuti agli esordi nella Indesit (Massimo Rosini, direttore generale, Cesare Ranieri, risorse umane). Il supermanager ha però da poco dovuto constatare che “non c’è nessuna sicurezza che andrà bene”. Nell’attesa non fa male guardarsi intorno.

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