Oh, mia fiacca Madunina

Le contraddizioni della Milano del “boom” colte in “La vita agra” da Luciano Bianciardi – “un’ostrica malata che non riesce a fabbricare la perla” – si ripropongono oggi che il capoluogo meneghino sta subendo choc significativi che ne attestano la definitiva perdita di centralità continentale e nazionale.
Oh, mia fiacca Madunina

Roma. Le contraddizioni della Milano del “boom” colte in “La vita agra” da Luciano Bianciardi – “un’ostrica malata che non riesce a fabbricare la perla” – si ripropongono oggi che il capoluogo meneghino sta subendo choc significativi che ne attestano la definitiva perdita di centralità continentale e nazionale. La prospettiva del delisting di Pirelli, azienda simbolo del XX secolo, sulla scorta dell’Opa cinese, sarà una batosta (non solo simbolica) per l’asfittica Borsa di Milano. Specchio del blues economico italiano, impegnata a fatica a captare piccole e medie imprese in vena di quotazione o a immaginare un “polo del lusso” (i piumini Moncler sono stati un fuoco d’artificio, Prada è quotata a Hong Kong), Piazza Affari esce malconcia in quanto a rilevanza rispetto a Parigi e Francoforte. E’ una filiale dell’inglese London Stock Exchange. Le matricole timide fanno sembrare ridicola la rievocazione dell’americanismo baldanzoso, benché formale, degli yuppie. Al punto che la sfida del futuro – dice un banchiere d’affari meneghino di stanza in Asia  – sarà consentire a Intesa, Unicredit e alle Assicurazioni Generali di rimanere in città.

 

“La Milano d’oggi non è minimamente paragonabile al passato. Alfa Romeo, Edison, Montecatini, Breda non ci sono più. L’arrivo di potenze economiche altrove sedenti non è che un campione di quel che continuerà a verificarsi su scala nazionale. Non possiamo impedirlo, dobbiamo trattare il fenomeno con l’attenzione che una dimensione europea impone con provvedimenti di contingentamento affinché ‘l’invasione’ sia contraccambiata da qualche acquisizione”, dice al Foglio Gianfranco Negri-Clementi, 84 anni, avvocato d’affari, mecenate dell’arte, e memoria storica meneghina. Lo skyline cittadino la dice lunga su quali siano i notabili in ascesa, com’è sempre stato. La potenza finanziaria della brigata Ligresti da Paternò, delle grandi iniziative immobiliari degli anni 90, faceva coincidere il progetto economico generale con quello edilizio privato, stante la benevolenza interessata delle banche creditrici. Ora assistiamo alla calata del fondo sovrano del Qatar, novello acquirente dei grattacieli di Porta Nuova e di parte del quadrilatero della finanza di Piazza Cordusio. Tendenza analoga in Francia e Regno Unito, dove però gli investimenti si attraggono e non ci si limita ad alienare beni di pregio. 

 

[**Video_box_2**] “Possiamo dire di avere tanti gioielli da vendere. Però venderli significa non tanto rinunciare alle specifiche capacità di un’azienda, alla sua occupazione, ma abdicare a disegnare una realtà integrata e produttiva composta da tanti segmenti specifici. Ovvero a quella funzione di locomotiva, come si dice, cui Milano ora ha davvero rinunciato”, dice al Foglio Giuseppe Berta, storico dell’Industria dell’Università Bocconi e autore di “La via del Nord dal miracolo economico alla stagnazione” (il Mulino). La capitale morale, post Tangentopoli, ha scelto l’onestà individuale come caratteristica per la scelta del sindaco, ovvero Giuliano Pisapia. L’amministrazione arancione non ha saputo coltivare le speranze. Al di là di una mobilità urbana più snella, i dossier hard sono rimasti fermi. L’annuncio che Pisapia non si ricandiderà è un altro, l’ultimo, choc per una città già priva di punti di riferimento forti. Non tanto per il non ineguagliabile carisma, quanto per la tempistica. Dove altro può accadere che a un mese dall’inaugurazione dell’Esposizione universale, con i camuffamenti dei lavori in corso, il primo cittadino si defili preventivamente?

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