L’Iri, la politica industriale che fu e gli errori (prodiani) da non scordare

L’Iri Spa, di cui oggi Banca d’Italia e Accademia Nazionale dei Lincei ricorderanno “la storia” e le lezioni per “la grande impresa oggi”, fu messa in liquidazione a giugno 2000 dal secondo governo Amato in attuazione di un accordo imposto sette anni prima dal commissario europeo Van Miert al nostro ministro degli Esteri Andreatta
L’Iri, la politica industriale che fu e gli errori (prodiani) da non scordare

il professor Pietro Armani, Romano Prodi, presidente dell'IRI e Sette (ex presidente dell'IRI)

L’Iri Spa, di cui oggi Banca d’Italia e Accademia Nazionale dei Lincei ricorderanno “la storia” e le lezioni per “la grande impresa oggi”, fu messa in liquidazione a giugno 2000 dal secondo governo Amato in attuazione di un accordo imposto sette anni prima dal commissario europeo Van Miert al nostro ministro degli Esteri Andreatta. L’Iri ente economico di gestione era stato trasformato in Iri Spa a fine luglio 1992 dal primo governo Amato in attuazione di quanto chiesto dagli altri governi europei, visti i livelli abnormi raggiunti da perdite, conferimenti al fondo di dotazione e debiti finanziari dell’Iri a carico del bilancio dello stato. Tra il 1980 e il 1985, infatti, il Tesoro conferì al capitale dell’Iri niente di meno che 33 mila miliardi di lire, con una media di 5 mila e 500 miliardi all’anno, a lire 1991. In quegli anni il debito pubblico s’impennò. Tra l’inizio del 1986 e la fine del 1989 in totale i conferimenti ulteriori furono di “appena” 6 mila e 600 miliardi, ma in compenso i governi autorizzarono l’Iri a contrarre debiti le cui rate di ammortamento per 5.840 miliardi di lire medi all’anno fossero a carico del Tesoro, come dire conferimenti camuffati da operazioni di mercato. E comunque neanche quei trasferimenti bastarono, visto che il capitale di rischio dell’Istituto, eroso dalle perdite (il risultato corrente prima delle imposte era sempre sotto zero), scese a 12 mila miliardi nel 1986 e a 9 mila miliardi nel 1989.

 

Romano Prodi fu presidente dell’Iri dal 1982 al 1989, e poi dal 1993 al 1994. Nel Dopoguerra, il vertice dell’Iri era stato guidato da personalità politiche le quali avevano dato prova di saper tradurre gli indirizzi generali e politici dei governanti in decisioni operative e in cultura di mercato. Le cose purtroppo cambiarono in peggio negli anni 70 ma soprattutto, e paradossalmente, negli anni 80 sotto la presidenza Prodi. Il quale, proprio in quanto persona per bene e refrattario alla logica dei partiti, almeno di quelli diversi dalla Dc di De Mita, per sopravvivere lasciò che i potenti capi delle finanziarie controllate (in senso solo societario) dall’Iri fossero liberi di andare a prendere ordini dalle segreterie Dc e Psi. E che ordini! Per non rimuoverli ma per avere comunque propri uomini fidati nelle finanziarie, Prodi aggiunse a ogni preesistente presidente operativo un amministratore delegato di sua fiducia. Nella Banca di Roma si arrivò a un triumvirato. Alla faccia della governance. I mutamenti già all’epoca percepibili sui mercati internazionali avrebbero dovuto suggerire progetti di ristrutturazione delle numerose e troppo variegate aree di business del gruppo Iri (acciaio, alimentare, autostrade, banche, cantieristica, grande distribuzione, impiantistica, meccanica, Rai, tlc, trasporto aereo e navale). Prodi, grande esperto della materia, negli anni 80 discettò molto, ma non mosse foglia. Le cose cambiarono solo dopo il 1993, ma per il cosiddetto vincolo esterno (estero). Giuliano Amato fu sempre controparte e, checché se ne dica, benefattore dell’Iri di Prodi, oltre che della segreteria Psi: sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei due governi Craxi dal 1983 al 1987, poi ministro del Tesoro dei successivi due dal 1987 all’89, fu il regista dei conferimenti di finanza pubblica all’Iri e ideatore dell’indebitamento a carico dello stato. Quando divenne premier, nel giugno 1992, pragmaticamente invertì la rotta.

 

Tre conclusioni: 1) la sorte dell’Iri fu decisa non già per una scelta politica del governo di turno, ma per un indirizzo internazionale; 2) dopo la regia di Prodi, all’inizio degli anni 90, il sistema Iri si era ridotto a un’immensa spugna di finanza pubblica e faceva concorrenza sleale sui mercati; 3) Amato fu bravo nel riparare i guasti precedenti, specie quelli di cui per così dire conosceva la genesi più da vicino.

 

A fine settembre 1991 e nel 1992, quando per 16 mesi ricoprii la carica di vicepresidente dell’Iri, auspicai pubblicamente, con due articoli sul Corriere della Sera, che il governo non mettesse più soldi al fondo di dotazione dell’Istituto. In una riunione del consiglio di amministrazione molti, compreso l’allora presidente, chiesero le mie dimissioni perché pare fossi incompatibile con il sistema. L’unico a esprimersi a mio sostegno fu Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro con Guido Carli ministro, il quale spiegò con paziente signorilità che il quadro internazionale era cambiato e che certe cose dovevano essere accettate. Nel seguito, furono subite più che accettate, e solo grazie al vincolo esterno. Sono passati 23 anni, ma sembra la storia d’Italia di questi giorni.

 

Riccardo Gallo è professore alla Sapienza Università di Roma

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