Pullover globalizzante. I veri effetti del paradigma Marchionne su industriali, sindacati e sinistra

“Si può persino dire che se un merito ha avuto la Fiat nel portare avanti la propria battaglia è stato perlomeno quello di rendere visibile il reale livello di volontà degli imprenditori nel rivendicare un ruolo di impresa più autorevole di quanto non lo sia oggi”.

Pullover globalizzante. I veri effetti del paradigma Marchionne su industriali, sindacati e sinistra

Sergio Marchionne (foto LaPresse)

Roma. “Si può persino dire che se un merito ha avuto la Fiat nel portare avanti la propria battaglia è stato perlomeno quello di rendere visibile il reale livello di volontà degli imprenditori nel rivendicare un ruolo di impresa più autorevole di quanto non lo sia oggi”. E il “reale livello di volontà degli imprenditori” apparve sconfortante, dice oggi senza infingimenti Paolo Rebaudengo, a lungo responsabile in Fiat per le relazioni industriali, braccio destro di Sergio Marchionne nella traversata (nel deserto) per conquistare in Italia la facoltà di organizzare un’impresa liberamente o, detto altrimenti, per strappare un “contratto aziendale”. Non a caso, nel suo libro “Nuove regole in fabbrica” in uscita per il Mulino, Rebaudengo viene meno al suo distacco sabaudo soltanto quando ricorda che “al vertice della Confindustria” sono stati “pochissimi” gli “imprenditori che hanno avuto il coraggio di condividere” i rischi presi da Marchionne; quando all’associazione di Viale dell’Astronomia attribuisce “pigrizia” interpretativa a fronte della battaglia culturale, industriale e legislativa che Fiat ha tentato; quando degli stessi confindustriali denuncia: “Hanno preferito ripiegare sulla necessità di andare d’accordo con tutti, spinti da un sistema politico che non aveva il coraggio di costringere la Cgil a fare chiarezza al suo interno”.

 

La Fiat del 2015 ha annunciato 1.000 assunzioni a Melfi, sfrutta di più e meglio i suoi stabilimenti italiani (a lungo svuotati a suon di cassa integrazione), e soprattutto è diventata “Fca”, cioè Fiat Chrysler Automobiles, anche se certo resta dell’alea sul futuro della prima azienda manifatturiera italiana (a partire da quale sarà il suo passaporto tra qualche anno). Però vuoi mettere con la Fiat che fu dal 2010 al 2013, cioè l’altroieri? Quella guidata dall’uomo allora più odiato d’Italia, Marchionne, scalzato poi nell’onorevole classifica soltanto dal ministro Elsa Fornero; quella che proponeva d’introdurre il concetto di “esigibilità” dei contratti nelle sue fabbriche, raccoglieva su ciò la maggioranza dei consensi degli operai e dei dirigenti, e poi si vedeva rispondere con le photo-opportunity organizzate dall’allora presidente di Confindustria Marcegaglia e dal segretario generale della Cgil Camusso. Nella migliore delle ipotesi, a Marchionne, la stampa d’establishment riservava un “sì, ma…”. Su suggerimento del competente e politicizzato Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, tutti si scoprirono esperti di quattro ruote, presero a invocare i “nuovi modelli” che da soli avrebbero rilanciato Fiat. Insomma, i giornaloni perlopiù accolsero la svolta di cultura sociale che era cominciata a Pomigliano allo stesso modo in cui avevano accolto alla metà degli anni 80 la decisione di Craxi di abolire per decreto la scala mobile dei salari: “Il decreto della discordia”, titolò allora la Stampa di Casa Agnelli, giusto per stare un po’ di qua e un po’ di là. Glissando così, ieri come oggi, sulla quintessenza della vicenda. Che è stata il tentativo, appunto, di organizzare liberamente una grande impresa; di farlo assieme a rappresentanti dei lavoratori per la prima volta responsabilizzati; di non accettare pretese concertative sindacal-confindustriali o politiche. Con una cascata di conseguenze (cit. Dario Antiseri), intenzionali o inintenzionali che siano state.                     

 

[**Video_box_2**]“La vicenda Fiat ha messo in moto delle tendenze che non si possono sottovalutare e che, per alcuni aspetti, possono essere giudicate dirompenti”, scrive Giuseppe Berta nella sua preziosa introduzione al libro di Rebaudengo. Nell’immediato, per esempio, la scelta di Marchionne di introdurre un contratto aziendale nelle fabbriche Fiat ha “reso ancora più manifesta la divisione del movimento sindacale in due poli, l’uno orientato alla collaborazione e l’altro al conflitto, contribuendo ad accelerarne il processo di crisi interna”. Per esemplificare: si poteva capire già allora che presto Landini – tanto sovraesposto mediaticamente quanto smentito negli stabilimenti Fiat dove gli operai votavano “sì” alle intese aziendali del padrone – sarebbe stato pluri-candidato a una carriera politica. Mentre un’altra parte del sindacato fu spinta a misurarsi con un “modello di fabbrica (…) tale da richiedere ai lavoratori elementi di partecipazione attiva: da un lato, perché si domanda loro, e in special modo ai team leaders che guidano i gruppi di lavoro, di presidiare il flusso produttivo con un’attenzione specifica alle criticità del processo e poi perché, dall’altro, è sottintesa la richiesta della loro responsabilità nei confronti dello svolgimento delle operazioni”. Nel momento in cui Marchionne fa capire che le sue scelte d’investimento sono strettamente legate “all’adozione di una disciplina dei rapporti di lavoro più condizionante dei comportamenti delle rappresentanze sindacali”, osserva Berta, di fatto l’Italia si avvicina al “timbro prevalente del sindacato industriale in occidente, ma anche in Giappone, che ha imboccato la via della responsabilizzazione rispetto alle grandi imprese in cui è presente”. Specificità aziendale e responsabilizzazione di sindacati e lavoratori, non è poco. Per Rebaudengo, da anni in Fiat, l’effetto contagio sulla generalità del paese era destinato a essere maggiore della marcia dei Quarantamila del 1980. Così è stato.

 

La Confindustria in quel periodo ha mostrato la stoffa che ha mostrato, ma fin subito dopo il referendum di Pomigliano del 2010 è stata costretta all’inseguimento. Da qui la ritrovata enfasi di Viale dell’Astronomia sulla contrattazione aziendale, sulle regole della rappresentanza e della esigibilità dei contratti in fabbrica. Confindustria però è stata comunque troppo lenta, troppo restìa a lasciare il tavolo della concertazione triangolare romana con sindacati e governo, così ha perso per strada la Fiat di Marchionne, uscita nel 2011 dall’associazione che un secolo prima aveva contribuito a fondare. Lo scossone però non fu invano. Con tempi lenti, si trasmise pure alla classe politica. Prima ci fu il tentativo riformatore del governo Berlusconi, con un decreto dell’agosto del 2011 che stabiliva maggiore autonomia contrattuale tra le parti sociali; una mano tesa nel vuoto, osserva Rebaudengo. Poi l’èra tecnocratica di Mario Monti, quando la concertazione – e il suo portato indecisionista e tutt’altro che riformatore – venne accantonato in nome dell’emergenza. Oggi, osserva Berta riferendosi al governo Renzi, “quella che pare procedere è la tendenza alla ‘disintermediazione’ che ha fatto la sua comparsa anche nalla vicenda Fiat. Relazioni dirette con i dipendenti in azienda, riduzione dell’importanza del livello confederale nella struttura sindacale, diminuzione del ruolo della Confindustria e dei sindacati sia per le conseguenze della crisi che per l’abbandono della concertazione”. Impossibile sottostimare, dunque, il nesso tra le scelte marchionniane e le successive riforme delle pensioni o del mercato del lavoro.
In estrema sintesi, “col nuovo contratto Fca – scrive Berta – la globalizzazione ha fatto irruzione nelle relazioni industriali italiane”. In tanti, troppi, furono colti impreparati. Salvo poi sobbalzare scomposti quando la globalizzazione, dopo nemmeno un anno, bussò di nuovo alle porte sotto altra forma. Non con il pullover, ma con Lady Spread.

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