Perché i nazareni a quattro-ruote fanno breccia nel cuore della vecchia Rep.

Giuseppe Turani (ex Espresso-Repubblica), libero dai cavilli ideologici della corazzata debenedettiana, plaude al genio economico di Marchionne e rivaluta l'annuncite di Renzi. Gli operai ringraziano. Benvenuto tra noi.

Perché i nazareni a quattro-ruote fanno breccia nel cuore della vecchia Rep.

Matteo Renzi con Sergio Marchionne

Benvenuto tra noi, potremmo dire. Giuseppe Turani da direttore di Uomini&Business, magazine da lui fondato, è libero dai cavilli ideologici della corazzata debenedettiana Repubblica-L'Espresso, nella quale ha militato fustigando i padroni e i capitalisti senza capitale dagli anni '70, gli anni della costruzione dell'ovile di Eugenio Scalfari (dal quale Turani è uscito e rientrato per poi emanciparsi definitivamente). Così Turani elogia Marchionne, esalta Renzi, e affossa la sinistra filo sindacale e l'ex idolo delle fabbriche Landini.

 

Il manager transazionale che ha salvato Fiat mediante fusione con Chrysler – facendone il settimo gruppo automobilistico mondiale – viene elogiato per meriti sul campo. Applausi. E con lui, a rimorchio, anche il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, brilla di luce riflessa. Luce pur sempre meritata, secondo Turani. Senza Jobs Act infatti le assunzioni straordinarie a Melfi sarebbero state off-limits, e addio Jeep Renegade made in Lucania. Chi sbertuccia Renzi per la sindrome dell'annuncite – rincara la dose Turani – dovrebbe rivalutare il metodo del (nostro) Royal baby, che di certo ha la favella tra gli arnesi di governo, ma che in fondo qualche riforma riesce a concluderla, a differenza degli altri predecessori.

 

Insomma "mica male" questi due, "pas mal" in francese, fa il titolo di copertina di Uomini&Business in edicola. Ecco l'editoriale di Turani, prima l'effetto Renzi.

 



Su Renzi bastano poche cose. Dopo le ultime elezioni abbiamo avuto un Parlamento diviso in tre pezzi e dove non era possibile combinare niente (vedi vicende di Bersani). Con Letta si è fatta una maggioranza criticata da molti della sinistra, ma che, bene male, ha funzionato. Poi c’è stato il “colpo di Stato” di Renzi, che si è impadronito prima del Pd e poi del governo. Adesso, si sente dire, non governa davvero: fa solo grandi annunci.

 

E’ vero. Quella di fare molti annunci è una sua tecnica, un po’ come un attore che voglia stare sempre sulle copertine delle riviste. D’altra parte la sua forza è soprattutto mediatica (che poi lo porta a avere la maggioranza nel partito). Ma non è vero che fa solo annunci. Il Job Act l’ha fatto. A sinistra non piace, ma va detto che in un colpo solo ha rinnovato, e reso più libero, il mercato del lavoro. Le altre riforme avanzano lentamente. Proprio quando bisognerebbe farne 100 tutte insieme. Ma questo non dipende da Renzi (che le farebbe anche). Dipende da un Parlamento diviso e che sembra pensare quasi solo alle prossime elezioni. D’altra parte si tratta delle forze politiche che hanno bloccato Monti pochi mesi dopo il suo debutto e che hanno impedito a Letta di fare cose importanti. Il merito di Renzi (a parte qualche riforma) è quello di essere riuscito a tenere insieme un Governo che cerca di fare qualcosa nel mezzo della palude politica italiana (fra M5s, Lega, e Forza Italia c’è metà parlamento che riforme non le vuole o che vuole cose molto bizzarre).

 

Renzi, insomma, fa molti annunci, ma sono proprio questi che gli consentono di stare a capo del governo. Fa poche riforme, ma gli altri che riforme fanno? Zero. Più che altro passano il tempo a contestare quelle di Renzi.

 


 

Sicché, in conclusione, gli operai preferiscono i fatti di Marchionne (featuring l'ex sindaco di Firenze) ai proclama inconcludenti di Maurizio Landini accampato nei talk-show (e non davanti ai cancelli delle fabbriche). Al punto che – appare ormai chiaro a Turani – a seguire l'oltranzismo del segretario generale della Fiom, l'Italia avrebbe visto ben pochi investimenti produttivi. I lavoratori… ringraziano (o ringrazieranno).

E poi l'effetto Marchionne.

 


 

Per quanto riguarda Marchionne si può essere ancora più veloci. La Fiat era, se non fallita, quasi. E si stava entrando in una fase congiunturale pessima (la Grande Crisi). Lui ha avuto l’idea di farsi consegnare la Chrysler dagli americani e con questo, con una sola mossa, ha fatto della Fiat un gruppo davvero multinazionale e ne ha sistemato anche i conti. E oggi il gruppo Fiat è una delle poche grandi aziende che investe, che assume, e che cerca di farsi spazio nel mercato internazionale. E questa realtà è stata capita dai lavoratori stessi della Fiat (che preferiscono Marchionne a Landini).

 


 

Quella di Turani non è una folgorazione recentissima, c'è un avvicinamento a tappe cui vale la pena accennare.

 

Laureato in economia alla Bocconi, commentatore esperto e puntuale di finanza, quattrini e re dei denari – "se avesse tempo da perdere sarebbe da anni il superministro dell’Economia" (copyright Pietrangelo Buttafuoco) – aveva in realtà già dato conto, nell'agosto scorso dell'efficiacia della linea marchionnesca. Ovviamente in aperto contrasto con la moda editoriale di Rep e dintorni – ovvero i soliti "fregnoni" – che scambiano la delocalizzazione fiscale di una multinazionale globale per una furbesca fuga (con malloppo) dall'italietta passatista.

 


 

E così la Fiat diventa FCA, porta la sede legale in Olanda e quella fiscale a Londra. In Italia, invece di salutare la cosa con applausi e giubilo, si leggono molte critiche: la Fiat abbandona l’Italia, poveri noi. Si tratta di una manifestazione di provincialismo che spiega molte cose, compreso il nostro essere ormai fra i paesi più arretrati d’Europa.

 


 

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