Dov’è finito il nord che lavora?

Qualche giorno fa è morto Peppino Fumagalli, il signor Candy, che nel 1946 aveva inventato a Brugherio (Brianza) la prima lavatrice italiana. Dopo Michele Ferrero, un altro simbolo della industrializzazione che nell’immediato Dopoguerra cambiò il nord dell’Italia.

Dov’è finito il nord che lavora?

La centrale idorelettrica di Porto Tolle, in provincia di Rovigo (foto LaPresse)

Qualche giorno fa è morto Peppino Fumagalli, il signor Candy, che nel 1946 aveva inventato a Brugherio (Brianza) la prima lavatrice italiana. Dopo Michele Ferrero, un altro simbolo della industrializzazione che nell’immediato Dopoguerra cambiò il nord dell’Italia. Due giorni fa, dopo lungo e penoso tiramolla, il segretario della Lega nord Matteo Salvini ha “preso atto” che Flavio Tosi, sindaco di Verona e segretario della Liga veneta, “non è più un militante leghista”. Le due brevi in cronaca non hanno correlazione, se non che la seconda segnala un evidente logoramento, sul suo asse territoriale preferenziale, del partito che più di ogni altro negli ultimi trent’anni ha fatto la propria ragion d’essere della rappresentanza del nord – i due o tre differenti nord italiani – mentre la prima può valere come simbolo di un glorioso passato industriale sempre più dietro le spalle. Che cosa potranno dirsi, oggi, la Lega salviniana – antieuropea, anti immigrati, rappresentanza di un sentire sociale preoccupato e sulla difensiva, così differente dalla Lega delle origini che si offriva come bandiera al vento del miracolo nordestino – e un territorio ancora ricco, ma in debito di progetti e sfrangiato da una crisi di lunga durata? Forse molto, o forse anche niente. E’ più interessante, lasciata la cronaca, provare a capire che cosa sia oggi il nord, in termini di tessuto economico e dunque sociale, come si sia trasformato negli ultimi decenni e da dove origini il suo attuale malessere. Per farlo non c’è niente di meglio che provare a scrollarsi di dosso le letture pregiudiziali più consuete, e certe interpretazioni stereotipate anche di tipo politico. Ad esempio, quella del nord come un potente organismo socioeconomico che negli ultimi decenni avrebbe potuto spiccare il volo, mollate le zavorre (ma il destino è cinico e baro), verso l’iperuranio delle economie e delle società avanzate.

 

Diverso è prendere atto che “da un determinato momento in avanti – la svolta degli anni Novanta del secolo scorso” si è assistito “a un deterioramento più netto e progressivo, destinato a culminare con la grande crisi che esplode in Europa e nel mondo nell’autunno del 2008”. E che “già allora il nord italiano era in stallo, con un’economia orientata a un sostanziale ristagno e una società sempre meno permeata di impulsi vitali al mutamento”. Il giudizio è tranchant, ma viene da una voce autorevole, quella del professor Giuseppe Berta, storico dell’industria e docente alla Bocconi. Ed è ancor più notevole perché non è la conclusione, bensì l’ipotesi di lavoro che guida il suo “La via del Nord - Dal miracolo economico alla stagnazione”, in uscita in questi giorni per il Mulino (296 pp., 18 euro). Un punto di partenza non ottimista – la fine del nord – interessante perché l’analisi di Berta non è schiacciata sul breve periodo, condizionato dalla crisi post 2008. Al contrario, il lavoro parte dal Dopoguerra e prova a leggere l’attuale paesaggio del settentrione in base a fenomeni lunghi e alle loro ragioni economiche, sociali e politiche. Ovvio, il libro non parla dell’oggi, né tantomeno del destino dei partiti e delle loro reali o immaginarie costituency, ma come tutti i libri di storia può essere letto in controluce, e la filigrana rivela antichi solchi e recenti sovrapposizioni. Dire che “la via del Nord oggi è smarrita” (seppure “al pari di quella dell’Italia”), è un giudizio drastico, che Berta articola a due livelli. Uno politico, “la scoperta della fragilità dei territori, celebrati per vent’anni a motivo della loro intima saldezza dai politici che li avevano assunti a riferimento ha reso grave lo spiazzamento della società settentrionale”. L’altro livello riguarda invece i modelli industriali ed economici. Che dopo il grande impulso degli anni Cinquanta, grazie soprattutto ad alcune aziende e personalità innovative e dotate di visione globale, e con poche eccezioni nei decenni successivi, non hanno saputo dare continuità a un pensare in grande, a un produrre in grande, a un rapportarsi in grande con i mondi economici e sociali che invece, tutt’intorno, correvano.
Bisogna tornare molto indietro, all’archeologia industriale di ciò che oggi chiamiamo un po’ sbrigativamente “eccellenza italiana”. Ad esempio l’industriale Oreste Rivetti raccontato da Guido Piovene, nel suo celeberrimo “Viaggio in Italia” del 1957. Rivetti è il più importante industriale tessile di Biella, eppure: “Imprenditorialità? Una parola sconosciuta per Rivetti, che fa risalire la sua ricchezza soltanto ed esclusivamente alla propria capacità di lavoro”. O si può partire da Genova, il più occidentale dei vertici di un triangolo industriale ancora da disegnare. Dove pure imprenditorialità è parola sconosciuta, esiste solo il “feticismo del lavoro” anche la mattina di Natale, come racconta Piovene. Un capitalismo che parlava solo di lavoro, “quasi che il capitale non avesse vita propria”. Archetipi ancora lontani dall’idea di modernizzazione. Smentendo le mitologie correnti, Berta racconta, ed è illuminante, delle posizioni di quanti spingevano per il ridimensionamento dell’industria postbellica, per tornare all’indirizzo dell’artigianato. Racconta delle figure e delle aziende che hanno consentito al nord Italia di fare il grande balzo in avanti degli anni Cinquanta. Il ruolo di Valletta in Fiat, che intuisce che il nord sarà il “granaio meccanico” d’Italia, e le controdeduzioni di chi quella modernizzazione invece subisce. Già Piovene intuirà che contro la Fiat di Valletta (leggere in filigrana) si muoveva, da parte di imprenditori torinesi una resistenza passiva: ci “si lagna che la Fiat cammini in fretta, senza preoccuparsi se gli altri possono tenere il passo”. Nel suo viaggio Piovene incontrerà anche la fabbrica perfetta di Ivrea, ma vi vedrà “un fondo troppo delicato, quasi lezioso, in questo socialismo evangelico e tecnologico”. Invece Berta nota che Olivetti, l’utopista, fu in realtà “il più americano” degli imprenditori italiani. Anello essenziale perché ci si congiungesse all’altro vertice del triangolo industriale, Milano, che prospera sul capitalismo delle grandi famiglie ma che presto dovrà fare i conti con la nascita di Eni, con la (ri)nascita del capitalismo di stato, coi suoi meriti e le sue immediate storture contro cui, solitario, tuonò allora in Parlamento il vecchio don Sturzo.

 

Ecco tratteggiate le basi dello sviluppo economico del nord-ovest. Ma la debolezza del sistema inizia per Berta già poco dopo, negli anni Sessanta che tutti ricordano invece come ruggenti: “Le grandi imprese modernizzatrici, la parte migliore emersa dalla trasformazione economica italiana, non rappresentano più nemmeno loro i vettori del cambiamento”. Intanto cambiava la popolazione del nord e la sua cifra umana, Berta tratteggia attraverso la Vigevano di Mastronardi o la Milano di Testori e di Bianciardi una rapida rivoluzione, “un clima, una torsione verso la produzione e il guadagno, una subordinazione agli imperativi del lavoro… Saranno di volta in volta una campagna che si urbanizza, un borgo che si tramuta all’improvviso in un angolo ipercittadino, un paese che si scopre al centro di filiere produttive e commerciali”. Il primo dei molti mutamenti che hanno prodotto il nord magmatico eppure socialmente sfilacciato di oggi. Perché, all’altro capo dei decenni, c’è il fatto testardo che è anche l’industria a fare il territorio, e la sua popolazione: “Si potrebbero immaginare il nord, le sue aree metropolitane, la stessa ‘megalopoli padana’ che ha preso il posto della forma della grande città di un tempo, per omologare un territorio urbanizzato privo di confini apparenti, se non vi fosse stata la molla dell’industria delle costruzioni?”. Bella domanda. Da girare ai teorici del consumo del suolo.

 

Ma intanto sono venuti gli anni Settanta, la grande crisi industriale. “Perché è venuta meno la progettualità economica del nord? Perché l’industria che ha concepito se stessa come un progetto non c’è più. O perché le forze che stavano nel grembo del capitalismo settentrionale non erano affatto tutte dotate di una visione dello sviluppo, che apparteneva soltanto al gruppo ristretto delle imprese modernizzatrici”. Poi ci sono gli anni Ottanta, gli anni a cui il politico più intrinsecamente milanese della storia d’Italia, Bettino Craxi, renderà giustizia nell’atto “finale e più cupo della sua attività parlamentare, nell’aprile 1993: ‘Non dimentico che negli anni Ottanta l’Italia ha rimontato la china della regressione, della stagnazione e dell’inflazione. E’ uscita dalla crisi economico-produttiva per entrare in un ciclo di espansione e di sviluppo senza precedenti, toccando le punte di sviluppo più alte tra i paesi dell’Europa industrializzata’”. L’analisi di Berta registra però anche l’aspetto effimero di quel rilancio, la debolezza dei suoi protagonisti. Sono in realtà gli anni di un declino già iniziato, mentre il vero miracolo, anche quello veloce ed effimero, è quello del nord-est.

 

Davanti allo stop del grande modello industriale, argomenta Berta, il nord trova altre vie: la terziarizzazione, l’edilizia che per decenni è stata un grande motore, soprattutto la piccola e media impresa. Perché il nord è ancora la locomotiva del paese. Nel 2009, a crisi già iniziata, la Lombardia ospitava il 20 per cento delle manifatturiere italiane e il 66,6 per cento delle imprese del nord-ovest. “Parlare di medie imprese equivale a parlare di nord. Delle 3.594 medie imprese censite nel 2011, quando la crisi le aveva ormai decimate di un migliaio di unità rispetto al 2007, il punto massimo della loro espansione, i due nord, quello occidentale e quello orientale, ne concentravano sui loro territori circa l’80 per cento”. Attraverso la diffusione delle medie imprese avviene “il processo di convergenza fra i due nord, a lungo separati, che spezza la dicotomia fra le aree dove aveva prevalso l’esperienza della grande organizzazione industriale, fino a informare di sé il territorio e a modellare i comportamenti collettivi, e le aree di piccola impresa, mosse da un’industriosità molecolare, imbevuta di localismo”. Ecco nascere l’humus del fenomeno sociale che a lungo s’è chiamato “la questione settentrionale”.

 

[**Video_box_2**]E’ questa nuova imprenditorialità che ha supplito e sostituito le défaillance della grande industria e del sistema fordista, portandosi però appresso, a parte alcune eccellenze, i limiti strutturali del proprio modello. Che imprese sono, infatti? “Nella loro larga maggioranza, le medie imprese non si iscrivono ai settori high-tech, semmai a quelli tipici del made in Italy”, con una prevalenza “della meccanica e dei settori che vanno dalla metallurgia alla chimica, alla farmaceutica”. Il primato inattaccabile spetta alla Lombardia, ma la seconda posizione del Veneto (18,1 per cento delle medie imprese italiane) è consolidata, a riprova che “il vitalismo economico nordestino” non è soltanto il frutto della “mobilitazione individualistica” degli anni Ottanta. E tenendo conto che anche il Triveneto ha generato grande impresa, come le storie esemplari seppure differenti tra loro di Zanussi, Luxottica e di Benetton. E’ stato soprattutto il nordest a generare quel mix di costruzione ideologica e politica, disponibilità al lavoro, individualismo, municipalismo che crea la geografia economica della protesta leghista e che ha trovato la sua espressione – ma non la realizzazione – nell’epopea berlusconiana. Il Berlusconi acclamato in Confindustria a Vicenza nel 2006: “Siate ottimisti, non lasciamoci prendere dal pessimismo. Facciamo un po’ meno vacanze. Stiamo a casa a lavorare. Non si porta avanti l’Italia piangendoci addosso. Andiamo avanti insieme”.

 

Ma i percorsi di Berta indicano prospettive differenti. Nell’intreccio tra debolezza della politica “nordista”, che principia da De Gasperi, trentino di montagna, fino ai (relativi) fallimenti di Craxi e Berlusconi, per non dire della Lega, la storia della politica settentrionale è sempre deficitaria nel rapporto con la politica nazionale, indecisa tra atteggiamento impolitico ed effimera presa del potere. Dall’altra parte c’è il lento declino dell’industrialismo, dove le nuove limitate “enclave di manifattura intelligente” non hanno più la forza del passato e non sono inserite in disegni organici. Mentre il microcapitalismo anche più dinamico non riesce oggi a offrire una prospettiva lunga, sociale. Insomma i fattori contraddittori che in sei decenni non hanno consentito al nord di compiere il definitivo, organico balzo in avanti verso la modernizzazione.

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