Mamma, mi si è ristretto il “territorio”

Il flirt tra Pop Vicenza e Veneto Banca è la rivincita del mercato

L’avvio di dialogo tra la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, basata a Montebelluna (Treviso), smentisce nei fatti l’assunto ideologico delle barricate che Matteo Salvini, non da solo, minaccia di fare contro la riforma delle Popolari del governo Renzi. I due istituti, non quotati ma tra i maggiori dieci italiani che adottano il voto capitario, hanno diciotto mesi per trasformarsi in Spa; intenderebbero però accelerare i tempi già da giugno per adeguare la governance e avviare le trattative per una fusione che, da una parte, migliorerebbe la capitalizzazione di Veneto Banca (oggi al di sotto degli standard europei) e, dall’altra, impedirebbe di diventare vittime di “predatori” stranieri, mantenendo il Dna regionale che piace alla Lega. Peccato che in questi anni le due banche si siano fatte la guerra, con buona pace della difesa del territorio.

 

Per esempio Montebelluna ha speso capitali per soffiare la Popolare di Intra proprio a Vicenza, la quale si è rifatta con l’ingresso nella Cattolica Assicurazioni e tentando di comprare una quota di Mediobanca. Uno dei risultati è appunto una territorialità non proprio “dop”: se nella popolare vicentina sono veneti 56 mila soci su 90 mila, in quella di Montebelluna appena 36 mila su 75 mila. Uno studio commissionato alla Fondazione nord est dalla Cassa di risparmio di Padova e Rovigo (dunque diretta interessata) ha rivelato l’insoddisfazione degli imprenditori veneti grandi, medi e piccoli per i servizi e per il credito forniti dalle banche locali, dichiarandosi favorevole all’arrivo di capitali e azionisti stranieri; altro che “predatori” cattivi. Forse ci voleva un decreto per capire appieno la lezione, Salvini compreso.   

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