La presunta “democratura” renziana non è una deriva pericolosa

Negli ultimi giorni alcune grandi firme del giornalismo italiano, quali Giampaolo Pansa ed Eugenio Scalfari, si sono esercitate nel segnalare e denunciare i pericoli di una “dittatura” renziana. Starebbe emergendo una democratura, una forma di governo e di società meno democratica e più oligarchica.

La presunta “democratura” renziana non è una deriva pericolosa

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Negli ultimi giorni alcune grandi firme del giornalismo italiano, quali Giampaolo Pansa ed Eugenio Scalfari, si sono esercitate nel segnalare e denunciare i pericoli di una “dittatura” renziana. Starebbe emergendo una democratura, una forma di governo e di società meno democratica e più oligarchica. Possibile con la Costituzione in vigore? Possibile visto che i trattati europei sono riservati ai soli stati democratici? Matteo Renzi starebbe, dunque, vestendo i panni del premier magiaro Viktor Orban e si preparerebbe a ridimensionare, in successione rapida, ruolo del Parlamento, libertà di stampa, raggio di azione della magistratura e molto altro ancora.

 

A noi pare, invece, che ciò che sta accadendo sia più semplicemente il risultato di un’incapacità della conosciuta forma di governo materiale italiano di reggere la pressione imposta sui sistemi economici nazionali dalle tre dinamo del cambiamento permanente planetario: le riforme imposte dall’euro germanizzato; la produttività pretesa dalla innovazione tecnologica continua; la competizione nei fattori produttivi correlata alla globalizzazione. Per governare questo nuovo contesto servono politiche economiche in parte originali e tempi di elaborazione e di implementazione delle stesse, non da Italia dei decenni più recenti. Se nell’ultimo lustro il pil si è ridotto quasi del 10 per cento, non è solo per semplici effetti esogeni; molte della cause della decrescita sono endogene.

 

In questo quadro si accusa il premier quarantenne di ascoltare più i suoi consiglieri che non i ministri. Andrea Guerra, mai nominato da alcun decreto, nella stagione del renzismo di governo avrebbe un ruolo più importante di Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, nel definire i dossier caldi delle riforme. Se è davvero così, allora significa che Palazzo Chigi sta diventando più simile alla Casa Bianca e sarebbe una buona notizia. Chiunque conosce gli Stati Uniti sa perfettamente che lì i ministri sono semplici responsabili di amministrazioni verticali. La politica fiscale la sceglie il Presidente ascoltando i suoi consiglieri, il ministro del Tesoro americano è quasi solo chiamato ad applicarla. Le riforme in America, nei tempi più recenti, le hanno fatte Ronald Reagan, Bill Clinton e, in sanità e qualcosa sul fisco, Barack Obama, imponendo la loro agenda e la loro visione di politica economica. Così funziona la più importante democrazia del mondo. A Downing Street non è molto diverso. La politica economica della stagione di Margaret Thatcher è tutta riferibile alla Lady di ferro, neppure si ricorda più il nome del suo ministro del Tesoro.

 

Significa che se il renzismo di governo saprà produrre tanta crescita economica e un pil in rialzo fino al 3 per cento, allora il dibattito sulla democratura lo risolveranno gli elettori: tra un eccesso di confronto democratico e più sviluppo economico hanno già scelto per il secondo. Perché l’Italia, uscita stremata dalla sua peggiore recessione, mai come oggi vuole farsi sedurre da chi sa realizzare più pil.

 

Edoardo Narduzzi è Presidente Crusoe

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